Alla pena della reclusione cui si è condannati si applicano pene accessorie
che non vengono scritte nella sentenza, ma di fatto fanno parte della condanna.
Una delle più gravi, se non la più grave, è il blocco delle
emozioni e delle pulsioni che la detenzione provoca, vuotandoti di ogni tipo
di contatto-rapporto con persone appartenenti al sesso opposto al tuo. Se non
nel caso in cui queste ultime siano considerate in un certo qual modo facenti
parte dell'istituzione (volontari, professori ecc.) e perciò, forse,
prive di connotazioni sessuali e quindi “non pericolose”.
La persona ristretta viene fermata a livello emotivo al momento in cui entra
in carcere e, venendole a mancare la possibilità di fare qualsiasi esperienza
a questo livello, è abbastanza naturale che regredisca a uno stadio infantile.
Quando per anni questo vuoto che si viene a creare non può essere alimentato
da momenti vissuti, ma solo da fantasie, nutrite esclusivamente da percezioni
raccolte attraverso la corrispondenza, le parole scritte, l'immaginazione, il
vuoto diventa un buco nero. Il carcere di fatto elimina o riduce la forza dei
sensi che trasmettono emozioni. La Vista, più che mai penalizzata: muri,
muri, porte, cancelli. Gli spazi dove viaggiare con la vista sono sempre immancabilmente
limitati da ostacoli murari. L'Udito, che diventa “pigro” e si disabitua
a qualsiasi tipo di suono. Finisce che ti manca perfino il rumore delle macchine
nel traffico delle città. L'Olfatto: stessi odori, stessa puzza. Hai
nostalgia soprattutto degli odori “della vita”, le piante, la terra.
Il Gusto: è come l'olfatto, i sapori si assomigliano tutti, il cibo è
come se avesse un unico “gusto universale”, un disgustoso “non
gusto”. Il Tatto: limitato anche quello o forse eliminato, o anche “autoeliminato”.
Spesso per gli stessi reclusi è tabù il contatto “emotivo”
con persone del proprio sesso. La persona, costretta a vivere con questa privazione
- negazione di una parte importante che compone l'essere, non può certamente
divenire adulta, crescere, accettare le proprie responsabilità, e anche
da ciò il carcere dimostra la sua inutilità a far sì che
da qui le persone escano “migliori”.
Fonte: pubblicato su Vita il 19 giugno 2003 a cura di Ornella Favero