Dopo anni di manicomio scrisse questa lettera:
"La mattina ci salza alle
ore 8 si fa colasione e poi no so come pasare la gionatta a giro noi ci
mandano e i soldi non celidanno. A me non mi ci pace delle volte mviene il
nevoso e poi mi ci viene da piangere".
Di noia e reclusione ha scritto anche Giacomo Leopardi.
Immaginandosi nei panni di Torquato Tasso - ahilui realmente chiuso in
manicomio - intrecciò un dialogo tra questi e il suo spiritello interiore,
il suo Genio.
"Che cos'è la noia?", chiede il Genio. E Tasso, di rimando:
"Qui
l'esperienza non mi manca da soddisfare la tua domanda. A me pare che la
noia sia della natura dell'aria: la quale riempie tutti gli spazi interposti
alle altre cose materiali e tutti i vani contenuti in ciascuna di loro; e
donde il corpo si parte, e l'altro non gli sottentra, quivi ella succede
immediatamente. Così tutti gli intervalli della vita umana frapposti ai
piaceri ed ai dispiaceri, sono occupati dalla noia...".
Tra i due ci fu ancora qualche battuta, poi Tasso fece la domanda cruciale:
"Che rimedio potrebbe giovare contro la noia?".
"Il sonno, l'oppio, e il dolore. E questo è il più potente di tutti:
perché l'uomo mentre patisce, non si annoia per niuna maniera...", rispose
il Genio.
Il Tasso, in verità un po' perplesso, riprese:
"In cambio di questa
medicina io mi accontento di annoiarmi tutta la vita. Ma pure la varietà
delle azioni, delle occupazioni e dei sentimenti, sebbene non ci liberi
dalla noia, perché non reca diletto vero, con tutto ciò la solleva e
alleggerisce. Laddove in questa prigionia, separato dal commercio umano,
toltomi eziandio lo scrivere, ridotto a notare per passatempo i tocchi
dell'oriuolo, annoverare i correnti le fessure e i tarli del palco,
considerare il mattonato del pavimento, trastullarmi con le farfalle e con i
moscherini che vanno attorno alla stanza, condurre quasi tutte le ore ad un
modo; io non ho cosa che mi scemi in alcuna parte il carico della noia".
"19 marzo 1981. Giornata noiosa. Sogno una vita migliore, più attiva. Mi
capita una cosa strana: ho la mente morta. So che sto sprecando la mia
giovinezza. La noia mi fa stramangiare".
Così June Gibbons, ventisette anni, da otto rinchiusa in un manicomio
criminale insieme alla sorella gemella Jennifer.
Giuliano Naria - per dieci anni recluso - descrive la noia in questo modo:
"Il tempo è una giornata senza fine. Sei rinchiuso per ventidue ore, ti annoi
in continuazione. Mentre i ricordi vacillano ci sono cose che non puoi
dimenticare. Tutta la struttura dell'istituzione ti costringe verso idee
fisse. Nel gergo questo si chiama castellare".
In quella giornata uggiosa volle anch'egli - da metà vita in carcere - dire
la sua. Lo fece tra sbuffi e sbadigli. Gli sembrò il modo migliore dal
momento che la noia, prima ancora che un'idea per filosofi, è un movimento
del corpo: una scarica di energia che il corpo - sbuffando - sprigiona.
Era disteso sulla branda con gli occhi persi quando senti Dostoevskij:
"L'
umanità non perirà per le guerre, ma di noia: dallo sbadiglio grande come il
mondo - uscirà il diavolo".
Suggestione pertinente, pensò. Come dire che lo sbadiglio è una scarica più
potente di tutte le guerre; e che il disagio - il disagio vero - della
civiltà, non è dovuto ai conflitti, anche i più estremi e drammatici. Per
l'umanità c'è qualcosa di ben più mortale: l'immobilità; la paralisi del
movimento delle relazioni sociali.
Ringraziò Dostoevskij e si rotolò in una doppia domanda: se recludere è
un'azione che demotiva totalmente il corpo privandolo di un'ampia e
necessaria attività relazionale, l'annoiamento non è forse la reazione
d'odio a questo vuoto?
L'etimo di 'noia' non è forse
"avere in odio"?
Si guardò intorno. Era sempre lì e lì era sempre tutto come sempre. Sbuffò
insofferente e sentì il sangue salirgli alla testa. Almeno il sangue si
muoveva ancora - pensò - ed accompagnò quel pensiero con una conclusione
asseverativa:
"Sì... l'odio è pur sempre un'emozione, un movimento, un
rigetto vitale!".
Quel giorno il suo rapporto coi filosofi non era granché buono. Da alcuni
minuti rimuginava tra sé, incattivito:
"Sicuramente è a causa dell'apatia
dei filosofi se l'apatia è diventata sinonimo di noia. Ma l'apatia non è che
uno degli esiti possibili della noia. Essa nasce là dove la noia muore!".
D'un tratto si mosse come se uno dei suoi quaderni di appunti, con voce
ammaliatrice lo stesse chiamando dall'alto dello stipetto. Andò come rapito,
lo prese, sfogliò:
"La vita umana oscilla come un pendolo tra la sofferenza
e la noia".
E no, caro Schopenhauer! Perché separare? L'annoiamento è ancora disagio in
movimento. Sofferenza in cerca di un'esito. Oscillazione del corpo verso
chissà quale cura.
Bloccò il pendolo di Schopenhauer proprio mentre i suoi occhi, attratti dalla
copertina di una rivista incontravano il viso annoiato di Moravia. Sfogliò
incuriosito e lesse questo sbuffo prezioso:
"Occorre dire che l'arte nasce
dall'esaltazione, ma affonda le sue radici nella noia".
Inchiodato a quel tavolo stava scoprendo un tesoro: la noia.
Sì, proprio quella noia che la Ragione così tanto travisa e disprezza. Come
illuminato, prese un foglio e gettò lì questo appunto:
"Per un recluso è
preziosa anche la noia, perché in essa incuba una metamorfosi. Lì si
forgiano i tentativi di sfuggire all'inedia mortale". Si fermò con la penna
a mezz'aria. Indugiò, poi riprese:
"Il corpo annoiato sa che i segni
ripetitivi e banali del mondo deprivato non lo alimentano. Scosso da questo
sapere il recluso 'castella' e, così facendo, può divorarsi con qualche idea
fissa oppure può creare per sé ghiotti frutti simbolici: i luoghi dell'arte.
In fondo un esito o l'altro dipende solamente dalla direzione in cui si sa
far maturare il cambiamento".
Sbadiglio e stiracchiamento, diceva, possono essere usati come forme
particolari della respirazione; terapie di pronto intervento per scardinare
la paralisi respiratoria - quel prolungato trattenere il fiato che ci
soffoca nelle condizioni di angoscia.
Tea morì in una calda giornata d'agosto del 1970, dopo una lunga reclusione
manicomiale. Aveva 34 anni. Della sua morte i medici non seppero trovare
ragione. L'internamento cui era stata sottoposta non parve loro una
spiegazione sufficiente. Fu, dissero, una morte
"sine causa". Una morte un
po' strana. Clinicamente si manifestò con un'alterazione termica
dell'organismo, che si scaldò rapidamente fino a toccare i 42° centigradi.
Questa febbre violenta le durò tre giorni, finché il cuore cedette,
lasciando tutti increduli e sorpresi. Tea era sempre stata una donna
fisicamente robusta. Morì perfettamente cosciente. Qualcuno disse che fu un
miracolo che lei stessa si procurò.
Pazza fu giudicata la sua vita. Strana apparve anche la sua morte. Eppure,
mentre chiusa in manicomio lottava per vivere, Tea, di fatto, già raccontava
l'orizzonte simbolico della sua fine. Nei "quaderni-diario" che
raccoglievano il suo bisogno di comunicare, un giorno ella scrisse:
"Noia
mortale... La gente in manicomio arde nel fuoco della noia".
Evidentemente per Tea questo non era solo un modo di dire, ma un vero e
proprio modo di morire: non ad un tratto, ma giorno dopo giorno. Si curò
molto, Tea, di descrivere l'annoiamento fin nelle più recondite sfumature:
"La noia è quello stato d'animo determinato dall'assenza di lavoro", scrisse.
E mentre bruciava nell'ardore del voler fare, s'interrogava sul senso di
nausea che la urtava.
"Ma cos'è quest'ansia, questa nausea del tempo? Nata
per un destino diverso muoio nell'assurdo: non lavoro - mentre avrei milioni
di inattuabili INIZIATIVE. Ed il tempo non passa, il tempo si è fermato,
anche se l'orologio va AVANTI ".
Nauseante paralisi. Senso di disgusto che prende quando il fervore di
iniziative e il gusto della vita viene impedito da prescrizioni e mura. Così
soffriva Tea - come tutti i reclusi - per quel desiderio di vita
comunicativa che dall'interno accalora, ma che non si può rendere sociale
attraverso l'agire. Sì. È questa la noia che rode. L'annoiamento che uccide
e al pari tiene in vita. Tea vinceva la noia scrivendo - in ciò favorita
dalle attenzioni di un medico che raccoglieva i suoi quaderni. Un giorno
annotò:
"Sono molti anni che io non mi perdo nella noia solo perché tu mi
hai detto e sempre mi dici: 'scrivi che te li raccolgo io'. Ma tutta, tutta
la gente che da anni sta chiusa si ingegna in vari modi di lenire la lava
del soffrire". Tea vedeva tutto questo e si interrogava: la noia puoi
vincerla pensando, oppure con un ideale, o meglio ancora con un interesse
per vivere. C'è anche chi cerca di vincerla mangiando e fumando e diventa
viziosa con quello sguardo frenetico per una cicca e con quell'aria vorace
per un piatto di pasta. Però così si spersonalizza, osservava, mentre
invece lei cercava antidoti che accrescessero la sua personalità per non
essere spenta dall'istituzione e non bruciare nel suo stesso ardore. La vita
reclusa di Tea fu un'oscillazione irrequieta, una lotta febbrile per poter
almeno soffrire di meno.
Un giorno maturò la consapevolezza che non sarebbe mai uscita e forse quel
giorno, per non morire nell'apatia, intravvide la possibilità di un ultimo,
estremo passaggio: abbandonarsi alla sua febbre interiore e attraversare il fuoco.
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