Nei primi tempi della detenzione ho avuto qualche serio problema di salute,
superato (anche se non risolto del tutto) soprattutto grazie alla consapevolezza
delle regole igieniche e alimentari necessarie per sopravvivere alle malattie,
al carcere e a un sistema sanitario che fa paura. Sottolineo il termine “paura”,
perché questo è il sentimento più diffuso tra noi detenuti,
quando dobbiamo rivolgerci ai medici del carcere: una paura fondata su ciò
che vediamo ogni giorno attorno a noi, a volte anche su esperienze vissute in
prima persona. In carcere entro, nel 1991, con una cardiopatia congenita (che
trascuravo). Poi, a seguito di un tentativo di suicidio, mi ricoverano nel reparto
psichiatrico di un ospedale “civile” dove rimango per tre mesi,
prendendo a forza vagonate di psicofarmaci. Questi farmaci mi provocano un'epatite
devastante, dimagrisco a vista d'occhio, fino a pesare 50 chili e, naturalmente,
i problemi al cuore si aggravano.
Dimesso dalla psichiatria torno in carcere: nella terapia prescritta in ospedale
ci sono pure due pastiglie di Roipnol e tanto Valium, per tre volte al giorno.
M'impunto e smetto qualsiasi cura, finché mi mandano al Centro Clinico
di Pisa. Sono messo davvero male. Vado avanti con due flebo di glucosio al giorno,
per due mesi. Al terzo mese mi dimettono e comincio a viaggiare da un carcere
all'altro, in ogni posto la prima fatica consiste nel convincere i medici che
non sono un simulatore, che ho bisogno di un vitto in bianco e possibilmente
di stare in una cella dove non ci sono fumatori (la prima richiesta è
più semplice da soddisfare, la seconda un po' meno…), oltre che
delle medicine segnate nella cartella clinica. La percezione, nell'incontrare
i dottori, è quasi sempre quella: io sono un seccatore, forse fingo d'essere
malato per farmi scarcerare e, in ogni caso, sono poco degno di venire curato
da essere umano. In questi ultimi otto anni di carcere una vera visita medica
non l'ho mai avuta. Eppure, basterebbe che i detenuti fossero un po' più
ascoltati.
Fonte: pubblicato su Vita l’8 dicembre 2003 a cura di Ornella Favero.