Giovedì 28 novembre, nello svegliarci, abbiamo sentito un odore diverso.
In carcere le giornate si sentono dall'odore. Del resto, basta pensare a questo
muro che ci chiude da ogni parte e ci impedisce di guardare oltre, per capire
come il senso dell'odorato possa ben sostituire quello della vista. Quella mattina,
non so perché, l'odore era diverso. Non saprei descriverlo, so solo che
impediva di respirare a pieni polmoni, come il presentimento di qualcosa di
grave che fosse accaduto nella notte. Alcune ore dopo, arrivava nelle varie
sezioni la voce che un detenuto, un nostro compagno, si era tolto la vita impiccandosi
in cella. Abbiamo cominciato a porci le prime domande. Prima di tutto, chi fosse.
Quando abbiamo saputo che era un ragazzo marocchino di vent'anni, molti di noi
hanno provato un brivido sotto la pelle. Subito dopo, ci siamo chiesti perché
l'aveva fatto. Gli mancavano, si diceva, soltanto 4 mesi alla libertà.
Abbiamo poi saputo che Nizar, questo il suo nome, era in isolamento, cioè
sotto osservazione. E allora è venuto spontaneo chiedersi come avesse
potuto portare a termine quell'ultimo, estremo gesto sfuggendo ai controlli.
Qualcuno suggeriva, riferendosi alla sua provenienza dal Marocco, che «forse
aveva bisogno di parlare con qualcuno perché era successo qualcosa alla
sua famiglia». Probabilmente, aggiungeva qualcun altro, era in carcere
per la prima volta e, quindi, aveva bisogno di maggiori attenzioni. Forse Nizar
aveva soltanto bisogno di essere ascoltato. Di uscire dal suo doppio stato di
emarginazione, come detenuto e come extracomunitario, sentire qualcuno esprimergli
solidarietà e appoggio morale. Non ti conoscevamo, amico Nizar, ma ti
abbiamo dedicato il nostro spettacolo. Preparandomi per la recita, ho guardato
a lungo le ali d'angelo, un costume di scena. Quelle ali che hai utilizzato
davvero per volare lontano e che nessuno ormai potrà più toglierti.
Fonte: pubblicato su Vita il 10 luglio 2003 a cura di Ornella Favero