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Processo sulla strage di Natale: testimonianza choc di Qela Kuitim che aveva già chiuso la sua posizione patteggiando.

Messaggero Veneto, 15 ottobre 2002

Un albanese: «Mi hanno messo anche una pistola in bocca: dovevo dire che il colpevole era Campese».

Testimonianza choc, ieri, in Corte d’assise dell’albanese Kuitim Qela, 31 anni, che ha già chiuso la sua posizione nel processo sulla strage patteggiando due anni e quattro mesi per associazione a delinquere di stampo mafioso e per vari episodi legati alla prostituzione, all’immigrazione clandestina, agli stupefacenti, alla ricettazione: l’uomo – oggi detenuto – ha rovesciato pesantissime accuse nei confronti della polizia e dei metodi che sarebbero stati utilizzati nel ’99 per costringerlo a firmare una confessione nella quale avrebbe dovuto indicare come autore della strage di Natale Giuseppe Campese.
Tutto risale al 21 febbraio ’99, quando la polizia arrestò l’albanese all’esterno della sua abitazione di via Pirona, a Udine: «I poliziotti mi sono saltati addosso – ha ricordato ieri su domanda dell’avvocato Maurizio Miculan – e mi hanno portato via: mi hanno malmenato in dieci, mi hanno massacrato per 24 ore. Mi dicevano che Ilir Mihasi aveva già firmato una carta dove indicava il nome di chi aveva messo la bomba. Allora ho chiesto: “E cosa volete da me?”. Mi hanno messo una pistola in bocca e mi hanno detto: “Devi firmare anche tu”. Io ripetevo che non potevo rovinare la vita di una persona se non sapevo». Incalzato dall’avvocato Tomaso Romani, Qela Kuitim ha fornito altri dettagli: «Dovevo firmare e dire che la bomba l’aveva messa Giuseppe Campese (una delle cinque persone attualmente sotto processo per strage ndr). Il giorno dopo è venuto in carcere l’avvocato Pericolo e mi ha chiesto se volevo sporgere denuncia. Io ho detto: “Avvocato, tanto diranno che cercavo di scappare, che sono caduto. Meglio lasciar perdere”. In carcere mi hanno medicato. Basta controllare per trovare il rapporto sulle mie lesioni».
«Hanno picchiato anche Mihasi?» ha chiesto l’avvocato Romani. «Sì – ha risposto Qela – : quel giorno ci hanno messo in cella assieme e l’ho visto. Aveva due occhi così».
«Ero accusato di sfruttamento della prostituzione – ha detto l’albanese – , ma ho passato otto mesi in isolamento. E a Udine l’isolamento è peggio del 41 bis. Le condizioni sono disumane. Dopo sei mesi di isolamento si sono presentati due agenti, della Dia mi pare. Uno era tra quelli che mi avevano arrestato. “Perché vuoi fare anni di galera?” mi hanno detto. Aggiungendo “devi accusare Giuseppe Campese”. Io ho risposto: “Guarda, non lo posso fare”».
Lo sfogo di Kuitim Qela è giunto quando ormai la sua deposizione volgeva alla fine. Sino a quel momento aveva lungamente risposto alle domande del Pm Raffaele Tito, indicando alcuni episodi legati allo sfruttamento della prostituzione. Qela – fratello di Cela Gezim, considerato uno dei boss delle organizzazioni criminali albanesi in Italia e a Udine – è anche tornato sulle importanti affermazioni rese dalla sua ex compagna M. C. sia in indagine preliminare, sia testimoniando al processo. La deposizione della donna, clandestina romena, ex prostituta, era stata importante per l’accusa perché tirava in ballo proprio Kuitim Qela per vicende legate strettamente alla bomba del 23 dicembre ’98. Secondo la C., Kuitim avrebbe detto la sera del 22 dicembre: «Stanotte succederà qualcosa di molto grave, di molto importante». A una richiesta di chiarimenti da parte della ragazza, l’albanese avrebbe risposto: «Vedrai tutto sui giornali». Ieri Qela ha negato tutto, ricordando che la stessa C. in un confronto con lui avrebbe in qualche modo ammesso di essersi sbagliata e che quelle frasi sarebbero state dette dopo il 23 dicembre. Ma Qela ha anche sottolineato che in alcune lettere speditegli in carcere, la C. gli faceva capire che avrebbe agito in quel modo per il loro bene. «Credo che M. abbia mentito per una promessa di permesso di soggiorno» ha concluso l’albanese.