RAMON E GLI ALTRI
Viaggio nel mondo delle carceri italiane
http://www.ecomancina.com/ramon.htm
"Ramon e gli altri" è un lavoro in costante evoluzione
ed aggiornamento. Sarà nostra cura aggiornare l’inchiesta periodicamente,
ogni qualvolta emergeranno altri casi specifici o altri dati di interesse
generale sull’argomento. Chi volesse formulare osservazioni o fornire
il proprio contributo è pregato di mandare una mail all’indirizzo
info@ecomancina.com
prima versione: 14 marzo 2004
aggiornamento del 26 aprile 2004:
- sezione "UN ALTRO CARCERE È POSSIBILE?": aggiunta intervista
al professor Franco Della Casa, docente di diritto penitenziario all’Università
di Genova.
- sezione "ALTRE STORIE DI ORDINARIA INUMANITA’": aggiunta
intervista a E.G., ex detenuto.
aggiornamento del 6 luglio 2004:
- sezione "IL CARCERE VISTO DA…": aggiunta intervista a SERGIO
SEGIO.
***
LA STORIA DI PATTY E DI RAMON…
di Francesco Barilli e Francesca Frizzi Maniglio
Genova, 28 dicembre 2003
Domanda:
Vorrei che fossi tu a fare l’introduzione a questa intervista, dicendo
in breve chi sei e perché sei qui in Italia.
Patty:
Mi chiamo Patricia Retamal. Sono arrivata in Italia lo scorso 14 novembre,
per mio figlio Ramon. Pochi giorni prima mi avevano avvertito che era in coma
e ne avevano già dichiarato la morte cerebrale. Ramon aveva tentato
il suicidio il 28 ottobre, mentre era in carcere; era già morto il
13 novembre, mentre stavo arrivando in Italia.
Domanda:
Quando e per quale reato era stato arrestato tuo figlio Ramon?
Patty:
È stato arrestato nell’agosto 2001 per furto d’auto. Lo
hanno condannato a tre anni. Viveva a Genova e lo hanno incarcerato all’istituto
penitenziario di Marassi; dopo pochi mesi fu trasferito al carcere di Iglesias,
in Sardegna, dove si è ucciso.
Domanda:
Quali erano le sue condizioni a Marassi? Sei riuscito a sentirlo, in quel
periodo?
Patty:
Sì, lui mi scrisse. Disse che stava male, che cominciava ad avere problemi
di salute… Già a Marassi aveva tentato per due volte il suicidio
con il gas; aveva inalato il gas della bombola per la cucina… Mio figlio
stava male, ma invece di curarlo lo hanno trasferito ad Iglesias…
Domanda:
C’è però un’altra cosa di cui tu mi hai parlato
tempo fa: a tuo figlio, mi dicesti, in carcere era stata diagnosticata l’epilessia
e prendeva delle medicine per quello. Aveva mai mostrato dei sintomi, in precedenza?
E questo tipo di informazioni sul suo stato di salute ti arrivarono solo da
lui o anche da personale medico del carcere?
Patty:
Non aveva mai mostrato sintomi di epilessia; io ho il ricordo di mio figlio
come di un ragazzo pieno di vita… Che gli avessero diagnosticato l’epilessia
e che gli dessero dei farmaci per quello l’ho saputo sempre e solo da
lui, dalle sue lettere. Certo, fui sorpresa del fatto che il personale dell’ospedale
dove mio figlio era morto dicesse invece che Ramon non era epilettico…
Domanda:
Tu mi hai detto che ad un certo punto tuo figlio, dopo aver tentato il suicidio
per due volte, da Marassi fu trasferito al carcere di Iglesias. Ad Iglesias
come cambiano, se cambiano, le sue condizioni, sia dal punto di vista della
salute che dal punto di vista del suo morale?
Patty:
Lui diceva che lì non veniva curato. Che loro non si preoccupavano
del fatto che stava male. Tornando ai nostri contatti, mio figlio mi scrisse
una lettera firmandosi con un nome falso (Michael Chavez), quando ancora era
in carcere a Marassi. Io risposi intestando la lettera al nome corretto (Ramon
Carrasco Retamal) ma la lettera mi tornò indietro perché a Marassi
non risultava alcun detenuto con quel nome.
In seguito lui mi rispose "Mamma, perché mi hai scritto con quel
nome?!". Allora io gli ho risposto seguendo le sue indicazioni…
Però questa è una cosa che non ho mai capito, perché
lui avesse deciso di dare un nome falso… Lui mi disse che in parte era
perché non aveva il passaporto, e soprattutto perché non voleva
che il suo vero nome venisse infangato, compromesso da questa storia. Uscito
dal carcere avrebbe voluto rifarsi una vita, con il suo vero nome "pulito".
Provai ancora ad insistere "Per piacere, figlio mio, dì a quelli
del carcere quale è il tuo vero nome! Perché devi mentire su
questo?" Lui mi rispose di lasciarlo in pace e di non intromettermi;
mi disse che ero sempre preoccupata solo per la storia di quel nome…
Io volevo andare al Consolato, quando venni a sapere che Ramon era malato,
ma mio figlio mi scrisse in una lettera di non andare al Consolato, perché
forse sarebbe stato rimpatriato in Cile.
Domanda:
Nelle sue lettere cosa ti raccontava della sua vita in carcere? Tu quante
volte sei riuscito a contattarlo, e come? Tramite lettere o ci furono anche
telefonate?
Patty:
Telefonate no, mai. Non aveva il permesso per telefonare a casa. Sulle sue
condizioni, fu proprio in una lettera che mi disse di essere sempre più
depresso e che a Marassi aveva tentato per due volte di uccidersi, con il
gas. Risposi a quella lettera implorandolo di non fare altre sciocchezze,
dicendogli che a casa lo pensavamo sempre e che lo aspettavamo… Dopo
tre mesi lo mandarono in Sardegna, per scontare il resto della pena. Dopo
altri sette mesi fu riportato a Genova, per il processo d’appello; mio
figlio sperava di ottenere i domiciliari o di poter scontare la restante pena
in Cile, ma la risposta fu negativa. Ricordo che mio figlio mi raccontò
che in quel breve periodo di ritorno a Marassi le guardie lo tenevano sotto
controllo costantemente, perché lì aveva tentato due volte il
suicidio; e che a Marassi non lo volevano, probabilmente proprio perché
lì aveva già tentato di ammazzarsi.
Domanda:
Sempre riguardo ad eventuali differenze fra Marassi ed Iglesias: In Sardegna
cambia la situazione, riguardo ai vostri contatti? Riesci a telefonargli?
Patty:
No, anche in Sardegna le telefonate sono impossibili, ma proseguono le lettere.
Domanda:
Lui ti dice qualcosa sulle sue condizioni? Ti parla ancora dei suoi propositi
di suicidio?
Patty:
Sì. C’è una lettera, che in questo momento non ho (è
in mano all’avvocato). In quella lettera dice che vuole suicidarsi e
che è disperato perché dopo l’appello non lo hanno rimandato
in Cile; che gli mancano le forze e che continua a cadere a terra.
Domanda:
Una domanda purtroppo dolorosa ma inevitabile: come hai saputo del suicidio
di Ramon, e cosa hai potuto ricostruire dei suoi ultimi giorni?
Patty:
Un mese prima della sua morte mi scrisse una lettera; diceva che era molto
triste e che avrebbe voluto vedere la sua famiglia. Che non ce la faceva più,
che non aveva più forze… Però mi diceva di non piangere,
che sapeva che continuavo a piangere, ma che prima o poi sarebbe riuscito
a tornare da me, in Cile. Mi diceva che sentiva che stava diventando pazzo;
che cominciava a parlare da solo, a sognare morti che gli venivano a parlare,
a sognare di morte… Che era sempre solo, perché il suo compagno
di cella (un altro cileno) lavorava in carcere, ed aveva degli orari per cui
non lo vedeva mai… In quella cella solo due persone!… Non so perché
non l’abbiano portato in una cella con altre persone, o in infermeria…
Non l’hanno aiutato, hanno aspettato che s’ammazzasse… Mio
figlio ormai non era più lucido, si sentiva. Diceva che non riusciva
più a chiudere le palpebre… Non so, io penso che ormai fosse
la sua immaginazione malata a fargli credere certe cose…
Domanda:
Tu hai detto che tuo figlio stesso sentiva che la sua salute mentale era a
rischio. In un altro momento m’hai raccontato che ad Iglesias furono
le stesse guardie carcerarie a bollarlo come "il pazzo", che ridevano
di lui… Vorrei che fossi tu a raccontare questo aspetto della storia
di Ramon.
Patty:
Sì, mio figlio mi scrisse in un’altra lettera che la polizia
carceraria era inumana. Lo chiamavano "il pazzo", e per questo lui
non voleva più uscire dalla cella (neanche in corridoio), perché
tutti ridevano di lui, e questo non lo sopportava… Quando era già
morto ho conosciuto un signore, un barista di quelle parti, che mi disse che
le guardie, lì, si ubriacano in continuazione; che chiedevano ai carcerati
di procurargli foto pornografiche o foto delle loro fidanzate nude in cambio
di sigarette o vino…
Domanda:
Tornando agli ultimi momenti di Ramon: mi racconti come e quando sei venuta
a sapere del suicidio?
Patty:
Mio figlio ha tentato il suicidio all’una di pomeriggio del 28 ottobre
scorso. Io l’ho saputo 10 giorni dopo. Mi telefonò mio fratello,
che vive in Italia. "Cerca di stare tranquilla… ho una brutta notizia…
Tuo figlio si è impiccato. È in coma e ne hanno già dichiarato
la morte cerebrale". Fu mio fratello a dirmi che era successo dieci giorni
prima. Io non riuscivo a crederci, e non riuscivo a capire perché fosse
passato così tanto tempo. "Al carcere non hanno avvisato nessuno",
rispose mio fratello. Mi disse che avevano cercato Lisa, la convivente di
Ramon: i carabinieri le avevano mandato un telegramma l’otto novembre,
dicendole che doveva contattare con urgenza il carcere di Iglesias, ma senza
dare altre spiegazioni.
Domanda:
E l’avvocato di Ramon? Anche a lui non furono date notizie in quei primi
dieci giorni?
Patty:
No, neanche l’avvocato Tambuscio sapeva nulla. La prima notizia arrivò
l’otto di novembre con quel telegramma… La ragazza di Ramon chiamò
subito il carcere di Iglesias, per chiedere notizie, ma le dissero che Ramon
non era più lì, e di chiamare subito l’ospedale. Quando
seppe che Ramon era già in coma anche Lisa era disperata, e si domandò
perché nessuno le avesse detto niente, prima.
Domanda:
Sembra tutto assurdo ed ingiustificabile, ma l’amministrazione penitenziaria
come spiega quel ritardo?
Patty:
Lo giustifica sempre col fatto che Ramon aveva dato false generalità.
In carcere però avevano sicuramente un "registro" della corrispondenza
dei detenuti; avevano ben presenti gli indirizzi di chi aveva scritto a Ramon,
era impossibile che non sapessero chi avvisare, indipendentemente dal fatto
che Ramon fosse registrato sotto falso nome. Le guardie avevano di sicuro
gli indirizzi e i numeri di telefono miei, di Lisa e dell’avvocato di
Ramon.
Domanda:
Tu quando arrivi in Italia?
Patty:
il 12 novembre, dopo aver raccolto i soldi necessari per il biglietto aereo,
sono partita da Talcahuano per Nizza. Io arrivo a Nizza e poi ad Imperia,
ma perdo la coincidenza per Genova. Il 13 novembre Ramon muore in ospedale…
Il 14 arrivo a Genova e vengo a sapere che Ramon non c’è più…
Domanda:
Sei mai riuscita a parlare con personale del carcere?
Patty:
Ho parlato con la signora Caterina, un’assistente carceraria. Fu lei
a venire a prendermi all’aeroporto. Mi disse in maniera sbrigativa che
dovevo dare l’autorizzazione per cremare il corpo. Io non capii subito
cosa intendesse. Caterina mi spiegò che per mandare il corpo in Cile
ci volevano molti soldi, e che era molto più conveniente farlo cremare.
Mi disse che se autorizzavo subito la cremazione ci potevano pensare loro
alle spese per un funerale dignitoso. Io gli risposi che di un funerale "dignitoso"
non m’importava nulla! Quello che volevo sapere era come era morto mio
figlio… Caterina mi rispose che di spiegazioni ne avevano date già
abbastanza; che il carcere non aveva nessuna colpa, e che il Magistrato aveva
già archiviato l’inchiesta perché era tutto chiaro, si
era trattato di un "normale" suicidio…
Domanda:
Tu hai sentito il Magistrato in quei giorni? Direttamente o tramite l’avvocato
Tambuscio?
Patty:
No. E anche Tambuscio seppe della morte di Ramon con grande ritardo. Quando
lo sentii mi fece le condoglianze e mi offrì tutto il suo aiuto, e
mi confermò che anche lui non era stato avvertito tempestivamente del
gesto di Ramon.
Domanda:
Tornando a Caterina, che ti dà queste spiegazioni molto generiche.
Ti dice che l’inchiesta è già archiviata: quindi tu ora
sei già in possesso degli effetti personali di tuo figlio?
Patty:
No, al momento non ho nulla; tutto è ancora in mano al Magistrato.
Quando parlai con Caterina e le dissi che volevo parlare col giudice mi rispose
che non era importante, che il caso era già chiuso. Un avvocato in
Sardegna, in contatto con Tambuscio che è di Genova, gli disse però
che il caso NON ERA CHIUSO… Che se avevano detto così a me era
solo perché io non insistessi con altre richieste. Penso che questo
sia stato fatto per difendere l’amministrazione del carcere, per evitargli
problemi…
Domanda:
Mi viene spontanea una domanda: pur essendo ignorante in queste procedure,
se un caso di suicidio attiva l’interesse di un Magistrato penso che
la prima cosa da fare sia l’autopsia… Tu però mi dicevi
che non è stata disposta l’autopsia…
Patty:
Sì, anche a me sembrava naturale. Sono anche queste risposte che mi
attendevo: se mio figlio prendeva delle pastiglie, se queste possono avere
influito sulla sua salute, fisica e mentale… Ma cosa è successo
a Ramon nessuno me lo vuole dire. Alle mie richieste è stato risposto
sempre e solo "no, non si può fare"… No, l’autopsia
non si può fare perché non ci sono fondati motivi; no, avere
le lettere e gli effetti personali di mio figlio non è possibile, perché
è il Magistrato ad avere tutto…
Domanda:
Ci sono altre cose che ti senti di dire rispetto a quella che è stata
la tua "accoglienza", per così dire, in Italia?
Patty:
Sono stata ospitata presso la Caritas per quattro giorni. Dopo quei quattro
giorni Caterina mi disse che non potevano più ospitarmi, che tanto
non c’era niente da fare per mio figlio, se non firmare per la cremazione
e andarmene... Io mi misi a piangere. Volevo restare lì, non mi rassegnavo.
Volevo vedere chiaro in quello che era successo… Ma Caterina mi ha ripetuto
che lì non potevo più stare. Io mi domandavo il perché
di quella insistenza. La Caritas non dovrebbe essere così; la carità
lo so anch’io cos’è: la carità è amore, non
è quello… Lei mi disse che se proprio non volevo la cremazione,
l’unico aiuto che poteva darmi la Caritas era pagarmi la bara per portare
il corpo in Cile… Sarebbe triste se, dopo averlo detto, non facessero
neppure quello…
Domanda:
A me sembra molto importante il discorso dell’isolamento in cui è
stato tenuto tuo figlio: il suicidio di Ramon mi sembra dipendere moltissimo
dalle condizioni in cui è vissuto in carcere. Ma vorrei che tu mi dicessi
cosa è significato PER TE vivere un anno e mezzo senza avere contatti
con tuo figlio, e se hai mai riflettuto sul fatto che se anche tu fossi arrivata
in Italia prima, quando era ancora vivo, probabilmente non avresti potuto
vederlo… Non potervi parlare, non potervi dare conforto reciproco, cosa
è significato per te?
Patty:
Ricordo i primi tempi in cui Ramon era arrivato in Italia: mi telefonava in
continuazione. Cercava di andare avanti in questo nuovo Paese, anche se diceva
che non era facile trovare opportunità di lavoro in Italia, per quelli
come lui che non avevano il permesso di soggiorno, e che non poteva neppure
tornare a casa perché non aveva soldi per il biglietto aereo. Da quando
è entrato in carcere non ho più potuto sentire la sua voce…
E questo mi mancava, molto… Se a mio figlio fosse stata concessa la
possibilità di telefonare anche dal carcere, sarebbe stato diverso;
perché sentire la voce della tua famiglia è molto importante.
Con le lettere è diverso: le lettere tardano dieci, quindici giorni…
Se lui mi avesse detto con la sua voce che era così disperato da pensare
al suicidio avrei potuto dirgli qualcosa per farlo desistere… Avrei
potuto dirgli almeno quanto gli volevo bene, forse sarebbe bastato…
Domanda:
Vuoi dire qualcosa per finire questa intervista, lasciare un tuo messaggio
a chi ci sta ascoltando?
Patty:
Sì. Vorrei dire qualcosa a "quelli che comandano" le carceri
in Italia, a quelli che stanno attenti solo "all’ordine" nelle
carceri; a quelli che lavorano in quell’ambiente: che devono pensare
anche al lato affettivo dei detenuti. Vorrei dire a questi signori che anche
loro hanno dei figli… e i figli crescono, e noi non sappiamo a quali
scelte li può portare la vita. Io ho guardato il vostro modo di vivere,
i vostri bambini, e so che siamo tutti uguali… Io Ramon ricordo come
l’ho allevato, lo ricordo come un ragazzo allegro e pieno di vita…
Io dico che la vita è qualcosa che Dio ti dà ed è Dio
che ti deve togliere.
"Ci sono le leggi", loro dicono… Io dico che le leggi si possono
cambiare: che chi ha il potere per cambiarle deve preoccuparsi anche della
salute mentale dei detenuti, non solo di dar loro da mangiare tutti i giorni.
Devono dare un aiuto anche psicologico a quei ragazzi, non solo rinchiuderli
in una cella, con due persone, con una sola ora al giorno per uscire in cortile…
Perché adesso che è successo a me io non trovo le parole per
dire quanto mi fa male la morte di mio figlio… Ora sono qui, in un paese
straniero, senza soldi, e spero solo che qualcuno mi aiuti per l’unica
consolazione che mi è rimasta: riportare il corpo di mio figlio in
Cile. In una bara, ma riportarlo dalla sua famiglia, non lasciarlo qui…
Mi hanno detto di stare zitta, ma io non sto zitta, io voglio la verità.
Perché so che lì, in quel carcere dove è morto mio figlio,
si sono uccisi anche altri ragazzi, troppi… Lì succede qualcosa
di strano, e la giustizia non fa nulla. E allora voglio fare qualcosa io,
non solo per mio figlio, ma anche per gli altri che si sono ammazzati, lì…
***
Abbiamo scelto di aprire questa inchiesta con l’intervista a Patty,
madre di Ramon. Le sue parole ci sono sembrate la migliore introduzione possibile
a questo nostro "viaggio nel mondo delle carceri italiane", un viaggio
che non ha la pretesa di mostrare un quadro esaustivo di quel mondo, ma il
solo scopo di amplificare un grido di dolore e di allarme troppo sommesso
e che fino ad oggi è giunto ad orecchie distratte.
Il caso di Ramon ci è sembrato emblematico. Ne siamo venuti a conoscenza
praticamente per caso: persino gli organi di controinformazione on line, sempre
attenti e sensibili a queste tematiche, non ne hanno dato notizia; il suo
nome non figura neppure tra le statistiche dei suicidi nelle carceri che un
sito come www.ristretti.it (lodevolmente impegnato da anni nel documentare
le condizioni di vita nelle carceri italiane, e dal quale abbiamo attinto
molte informazioni utili per la nostra ricerca) tiene costantemente aggiornate.
È bene precisare che nelle nostre parole non c’è alcuna
critica né ai siti di controinformazione né a ristretti.it (che
anzi ringraziamo per la mole di dati a cui abbiamo potuto attingere per la
nostra ricerca): il silenzio sulla vicenda di Ramon non è da imputare
certo a loro distrazione o superficialità. La verità è
molto più complessa ed inquietante: il ragazzo cileno rappresenta un
simbolo di quell’umanità sommersa che affolla le nostre carceri;
un mondo che resta troppo distante proprio da quella società civile
alla quale le carceri dovrebbero guardare con attenzione, nell’ottica
di un futuro reinserimento dei detenuti.
Che la nostra società sia strutturata in classi è una verità
contestabile solo da chi sceglie di non vedere la realtà quando scomoda.
Che questa strutturazione si rifletta, in modo anche più rigido, in
un microcosmo quale è il carcere appare altrettanto naturale…
Chiunque abbia il coraggio e la voglia di guardare a quel microcosmo lontano
e scomodo può dunque immaginare che anche nelle carceri esistono cittadini
di serie A e di serie B. Ma se con quel coraggio e quella voglia riusciamo
ad andare oltre la superficie del "problema carceri" ci accorgeremo
che la stratificazione sociale va ben più a fondo. Esiste una serie
C di detenuti, e anche oltre… Potremmo parlare, come nel caso di Ramon,
di una sorta di "desaparecidos all’italiana". Di uomini che
in carcere non vengono privati della sola libertà, ma pure dei diritti
fondamentali che vanno garantiti ad ogni uomo in quanto "soggetto di
diritti", indipendentemente dalle colpe di cui si può essere macchiato.
Detenuti che vivono in uno stato di totale isolamento dal mondo e dai propri
affetti, che possono ricevere visite o fare telefonate con estrema difficoltà…
Se la retorica vorrebbe che il carcere abbia compiti non solamente punitivi,
ma anche finalizzati al recupero ed al reinserimento dei soggetti nella società,
la realtà appare molto diversa. Ed è nostra opinione che la
"società civile" stia accettando supinamente, o addirittura
approvando in modo strisciante, il giro di vite che negli ultimi anni si è
voluto dare al sistema carcerario italiano. Il clima di insicurezza e di precarietà
in cui viviamo, in gran parte alimentato ad arte dai media e da certe forze
politiche, ci fa forse sembrare che il semplice e rigido isolamento di chi
ha sbagliato sia un prezzo accettabile (o addirittura necessario) per ottenere
maggiore sicurezza. Che poi questa riduzione dei diritti dei detenuti concretizzi
davvero una maggiore sicurezza resta tutto da dimostrare. Sembra invece che
quella riduzione dei diritti si traduca in un’ulteriore brutalizzazione
dei detenuti, con conseguenti minori possibilità di futuro reinserimento
degli stessi nella società.
***
UN ALTRO CARCERE È POSSIBILE?
di Francesco Barilli e Francesca Frizzi Maniglio
Da un articolo del Magistrato Giovanni Tamburino (fonte: www.ristretti.it):
"Il corrispondente canadese del nostro Dipartimento penitenziario si
chiama Servizio Correzionale del Canada, in sigla S.C.C. Nei documenti che
il S.C.C. diffonde in patria e all’estero, la sua missione fondamentale
viene descritta con queste parole: Il Servizio correzionale del Canada, quale
parte del sistema della giustizia penale e nel riconoscimento del primato
del diritto, contribuisce alla protezione della società incitando i
delinquenti a diventare cittadini rispettosi delle leggi, nel tempo in cui
esercita su di essi un controllo ragionevole, sicuro e umano".
Solo belle parole? Non crediamo… Non crediamo che quelle parole vogliano
dire che il carcere in Canada sia una specie di paradiso terrestre; di sicuro
non esiste un solo sistema penitenziario in cui il carcere sia qualcosa di
diverso da un’esperienza difficile, sia per chi lo subisce sia per chi
ci lavora. Ma quelle parole testimoniano un approccio al "problema carcere"
distante anni luce da quello italiano. Da noi il carcere è visto solo
come una sorta di pattumiera dove la società smaltisce i propri "rifiuti".
I diritti dei carcerati sono visti come diritti di serie B, o comunque qualcosa
di sacrificabile per ottenere una (presunta…) maggiore sicurezza per
la società. In Canada, restando alla enunciazione di principio del
S.C.C., quei diritti non sembrano dimenticati, anzi!, risultano centrali nella
gestione del mondo dei detenuti. E il carcere sembra avere una missione ben
più alta che quella dello "smaltimento dei rifiuti della società"…
Ma è davvero utopistico pensare che un modello di carcere "più
umano" sia inapplicabile da noi? Le esigenze di una maggiore sicurezza
sono davvero incompatibili con il rispetto dei diritti fondamentali dell’individuo
(anche quando è un detenuto)?
In questa sezione affronteremo proprio questo argomento, grazie ad alcune
interviste ad esperti nel settore, a cominciare dal professor Franco Della
Casa, docente di diritto penitenziario all’Università di Genova.
Genova, 14 marzo 2004
Domanda:
Una domanda generica, ma che mi sembra inevitabile per aprire la nostra chiacchierata:
come giudica le condizioni di vita dei detenuti nelle carceri italiane rapportate
a quelle negli altri paesi cosiddetti "civili"?
Prof. Della Casa:
Per quanto riguarda le condizioni di vita dei detenuti in Italia direi che,
a partire dalla riforma del 1975, c’è stato un progresso non
solo sul piano normativo, ma anche a livello di strutture; nel senso che alcune
strutture ottocentesche sono state via via sostituite da altre di concezione
più moderna (anche se devo dire che l’architettura delle carceri
moderne può risultare, per certi aspetti, più disumana di quella
delle vecchie strutture).
Facendo un paragone con altri ordinamenti che abbiano un grado di evoluzione
paragonabile a quello italiano, direi che dal punto di vista normativo la
situazione italiana si colloca in una fascia alta della "classifica";
mentre dal punto di vista delle condizioni materiali restano ancora dei progressi
da realizzare; anche se leggendo storie di "cattiva detenzione"
che provengono da Paesi quali Francia o Gran Bretagna ritengo che, tutto sommato,
l’Italia si collochi in una posizione più avanzata.
Se estendiamo l’analisi agli USA il discorso è diverso; nel senso
che negli Stati Uniti (ferma restando una serie di limitazioni molto intense
verso i soggetti ritenuti ad alta pericolosità sociale) esistono strutture
logistiche migliori. Per fare un esempio, credo che al lettore che segua questa
materia non sarà sfuggito che Silvia Baraldini, pur essendo molto contenta
di essere rientrata in Italia ad espiare il resto della pena inflittale negli
USA, faceva notare che dal punto di vista delle attività risocializzanti
aveva subito un regresso rispetto alla situazione vissuta in America. Tutto
questo, ovviamente, rispetto agli ultimi tempi di detenzione negli USA, in
cui la Baraldini ha vissuto una vita carceraria migliore rispetto a quella
incontrata poi a Rebibbia, e non certo rispetto al primo periodo di detenzione,
quando era ristretta in un carcere di massima sicurezza.
Domanda:
Abbiamo aperto la nostra inchiesta con la storia di Ramon, ragazzo cileno
suicidatosi nel carcere di Iglesias dove scontava una pena per furto d’auto.
Nella sua storia molte cose lasciano perplessità. Fra queste ce n’è
una di cui abbiamo parlato anche nell’introduzione: la mancanza di notizie
apparse sui media, anche su quelli "alternativi" e molto attenti
a queste tematiche. Lei ritiene che i dati (già comunque allarmanti)
su suicidi e/o morti "sospette" nelle carceri italiane siano attendibili,
o si tratta di cifre sottostimate?
Prof. Della Casa:
Il problema degli atti di autolesionismo e, a maggior ragione, quello dei
suicidi all’interno delle carceri, siano essi tentati o consumati, è
davvero molto grave… Non possiamo ritenere che i dati ufficiali siano
esatti, ma sottostimati. Una delle ragioni principali per cui si verifica
questa cattiva circolazione delle notizie è data dal fatto che il carcere
nasce e "vegeta" come istituzione separata. Uno dei requisiti fondamentali
che sta alla base del suo mantenimento è proprio questa separazione;
e quando parlo di separazione non mi riferisco solo all’aspetto fisico
(quindi i muri, le sbarre che impediscono di evadere), ma anche a quel "muro"
(invisibile ma altrettanto consistente quanto i muri di cemento) che impedisce
la circolazione delle notizie dall’interno all’esterno.
Per quanto riguarda il problema dei suicidi, uno studioso che si è
interessato di questo aspetto è stato Luigi Manconi, il quale recentemente
ha pubblicato sulla rivista "Politica del diritto" un articolo ricco
di indicazioni. Sono state ripetutamente presentate su questo tema anche alcune
interrogazioni parlamentari, ma la risposta politica ufficiale è stata
una "difesa d’ufficio" dell’Amministrazione Penitenziaria
che è in sostanza questa: è vero che il tasso di suicidi in
carcere è più alto rispetto a quello rilevato tra la popolazione
non detenuta, ma questo sarebbe da rapportare alla tipologia di persone che
finiscono nel carcere. Una simile difesa d’ufficio parte da questo assunto:
il carcere – su questo non c'è dubbio - funziona come una sorta
di "discarica sociale", per cui i soggetti detenuti presenterebbero
una maggiore "predisposizione" al suicidio. Però rimane il
fatto che il tasso di suicidi nella popolazione carceraria è incomparabilmente
più alto rispetto a quello presente nella popolazione non detenuta…
Domanda:
C’è un altro aspetto nel caso di Ramon che mi ha sollevato grande
indignazione: le limitazioni subite per quanto concerne diritti alle visite
e alle telefonate. Credo che anche quelle limitazioni abbiano contribuito
a rendere insostenibile per il ragazzo la propria vita nel carcere, spingendolo
al suicidio. A livello di questi diritti (telefonate, visite ecc.) come siamo
giudicabili, nel paragone con altri paesi europei o comunque di cultura "occidentale"?
E come siamo giudicabili riguardo all’equità con cui consentiamo
di esercitare questi diritti (paragonando la condizione dei detenuti di nazionalità
italiana con quella degli stranieri)? Chiedo questo perché, perlomeno
dal caso di Ramon, viene il sospetto che i detenuti stranieri nelle nostre
carceri ottengano questi diritti con molte difficoltà in più
rispetto a quelle incontrate dai "colleghi" di nazionalità
italiana…
Prof. Della Casa:
Per parlare dei diritti dei detenuti, da un punto di vista puramente teorico
dovremmo cominciare col fare una distinzione all’interno del carcere
fra coloro che sono imputati (e godono ancora della presunzione di non colpevolezza)
ed i già condannati. Da un punto di vista teorico, dicevo, perché
in realtà la maggior parte degli istituti ammassa indistintamente al
proprio interno gli imputati e i condannati, i detenuti con basso grado di
pericolosità sociale e quelli con pericolosità medio/alta. Questo
è un primo dato importante, perché spiega la confusione che
si crea all’interno: di fatto le esigenze di sicurezza in un dato carcere
vengono "misurate" in base al soggetto più pericoloso ospitato
in quel dato carcere; e questo si ripercuote negativamente su persone che
potrebbero senz’altro godere di una detenzione più aperta e con
maggiori diritti.
Il problema dei diritti dei detenuti a mio avviso è importantissimo;
anche perché ritengo che in Italia ci si sia concentrati prevalentemente
su quei detenuti che possono uscire dal carcere grazie alle misure alternative,
e ci si sia disinteressati un po’ troppo delle condizioni di vita di
quei soggetti che (per una ragione o per l’altra) in carcere ci devono
rimanere, e conseguentemente sono sottoposti a tutta una serie di pesanti
limitazioni.
Per quanto riguarda i diritti dei detenuti, possiamo distinguere due livelli
nel nostro sistema penitenziario. Il primo è quello del riconoscimento
legislativo dei diritti della persona privata della libertà personale:
da questo punto di vista la nostra legge penitenziaria risente della sua "data
di nascita", il 1975, anno in cui su questo tema c’era una sensibilità
sicuramente inferiore rispetto ad oggi. Conseguentemente le norme che prevedono
delle situazioni soggettive in capo ai detenuti sono state formulate in termini
non cogenti per le autorità carcerarie, ma lasciano a tali autorità
ampi margini di discrezionalità. In altre parole, già nel linguaggio
usato dal legislatore notiamo un tono ben poco tassativo al riguardo: non
si dice "a Tizio VA riconosciuto il diritto di…", ma si usano
espressioni del tipo "a Tizio PUO’ ESSERE consentito di…".
Accanto a questo primo dato va tenuto altresì presente che la legislazione
penitenziaria è come un gioco di scatole cinesi: abbiamo una legge
formale (si tratta di un importante conquista risalente alla riforma del 1975);
ad un livello inferiore c’è il regolamento d’esecuzione,
che contiene una normativa di dettaglio rispetto alle singole previsioni legislative;
al di sotto del regolamento d’esecuzione abbiamo poi il regolamento
interno di ogni singolo carcere: fonte di grado inferiore, dalla quale però
dipendono i concreti connotati della pena detentiva in quella determinata
struttura carceraria. Se intervistato, un soggetto che sia stato ristretto
in istituti diversi non dirà mai che esiste UNA pena detentiva, ma
parlerà della pena detentiva scontata nel carcere A, di quella scontata
nel carcere B, e via di seguito. E questa stratificazione normativa, dalla
Legge al regolamento d’esecuzione fino al regolamento interno, genera
inevitabilmente problemi di confusione, di sovrapposizione. Intendo dire che
per lo studioso non c’è problema a capire che la legge è
gerarchicamente superiore al regolamento d’esecuzione, che a sua volta
è superiore al regolamento interno, ma nella prassi quotidiana delle
carceri non è infrequente che i rapporti vengano sovvertiti.
Fermo restando questo dato di fatto, all’interno della popolazione detenuta
ci sono poi delle sottocategorie per le quali le restrizioni dei diritti sono
ancora più evidenti. Nel senso che a parte le restrizioni derivanti
da situazioni oggettive (come l’aver commesso un reato di particolare
gravità: ad esempio, sequestro di persona a scopo di estorsione) esistono
delle limitazioni che non hanno la loro ragion d’essere nella pericolosità
del detenuto, ma derivano dal suo appartenere ad una categoria, per così
dire, "svantaggiata". Tra queste categorie possiamo menzionare certamente
le donne, che sono "svantaggiate" perché rappresentano una
percentuale molto esigua della popolazione detenuta, ed il carcere non è
dimensionato sulle loro esigenze. E, accanto alle donne, un’altra componente
che ha una consistenza statistica rilevante è quella rappresentata
dai detenuti stranieri. Questi si trovano in una situazione oggettivamente
diversa da quella degli italiani: generalmente non hanno accanto a sé
una famiglia ad assisterli, e di conseguenza vengono spesso trasferiti nelle
carceri sulle isole, proprio perché si ritiene che questo possa costituire
un peggioramento delle condizioni per un italiano, mentre per uno straniero
si ritiene che questo non sia peggiorativo delle sue condizioni.
Insomma, possiamo dire che lo straniero abbia una detenzione particolarmente
afflittiva; da un lato, perché per lui l’ottenimento delle misure
alternative è molto difficoltoso (per ragioni che vedremo in seguito);
dall’altro lato, perché queste situazioni oggettive di cui parlavo
non vengono compensate con concessioni che attenuino l’impatto delle
limitazioni a cui è "fisiologicamente" sottoposto. Faccio
solo un esempio: se un detenuto è straniero, per compensare la sua
distanza dalla famiglia gli si potrebbe concedere un maggior numero di telefonate,
e, nel caso di un detenuto sprovvisto di mezzi economici per fare telefonate
all’estero, si potrebbe arrivare ad accordi con i rispettivi Paesi o
riconoscergli la gratuità per un certo numero di telefonate. Questo
non avviene, ed è solo uno degli elementi per cui gli stranieri vivono
una condizione di detenzione molto diversa e molto più afflittiva rispetto
a quella degli italiani.
Domanda:
Siccome stiamo parlando delle condizioni di vita nelle carceri, vorrei fare
un passo indietro: all’inizio di questa intervista lei mi diceva che,
anche se può sembrare paradossale, alcune strutture vecchie spesso
risultano tecnicamente ideate e strutturate per consentire condizioni di vita
più umane rispetto a carceri più recenti. La cosa mi ha colpito
perché si tratta delle stesse parole usate, un paio di settimane fa,
da un ex detenuto con esperienze di detenzione in svariati carceri. In quel
momento a quella affermazione non ho dato troppo peso, ma sentire formulata
la stessa osservazione da lei mi spinge a chiederle un breve approfondimento
su questo aspetto, seppure marginale alla nostra inchiesta.
Prof. Della Casa:
Il discorso è questo: a mio avviso gli architetti che si occupano di
edilizia penitenziaria progettano la funzionalità della struttura rispetto
alle astratte esigenze di una corretta esecuzione della pena detentiva (ammesso
che questo scopo venga raggiunto), e non rispetto alle esigenze di chi dovrà
vivere in quella data struttura. Per cui mi è stato riferito che la
vita per chi si trova in carceri costruite negli anni più recenti finisce
con l’essere più disumanizzata; ad esempio perché il colore
assolutamente dominante è il grigio (per questo e per altri numerosi
e analoghi motivi si parla di "deprivazione sensoriale"); oppure
perché vengono realizzati spazi in cui l’individuo "si perde",
spazi che non favoriscono la socializzazione… Insomma, ho l’impressione
che gli architetti che progettano queste strutture non tengano in sufficiente
considerazione la qualità della vita degli individui che dovranno esservi
ospitati, ma solo parametri rigorosamente "tecnici" e/o economici.
Domanda:
Tornando a discorsi più importanti rispetto alla nostra inchiesta:
lei ha parlato di discrezionalità dei direttori delle carceri nelle
varie strutture. Non sarebbe il caso che i diritti dei detenuti venissero
salvaguardati attraverso l’istituzione di un organismo super partes?
Per fare un esempio, mi sembra paradossale che un detenuto che, in ipotesi,
lamenti un torto da parte di una guardia carceraria, debba sperare di vedere
riconosciuta la propria ragione dalla sola "rettitudine morale"
del direttore, ossia dello stesso soggetto che collabora strettamente con
l’apparato di custodia e che, sempre in ipotesi, magari ha avallato
quello che, a torto o a ragione, il detenuto ritiene essere stato un sopruso
subito.
Prof. Della Casa:
Direi che la domanda sul come tutelare i diritti dei detenuti è centrale.
Nel senso che possiamo avere dei testi legislativi anche molto avanzati, ma
se restano lettera morta non servono a nessuno. L’importante è
avere una legge avanzata, certo, ma ancora più importante è
che questa legge preveda dei meccanismi di controllo sul riconoscimento effettivo
dei diritti stabiliti dalla stessa. Da questo punto di vista l’Italia
ha istituito la figura di un Magistrato, il quale in teoria ha il compito
di intervenire laddove possono essersi verificate violazioni dei diritti dei
detenuti. Quindi il sistema sembrerebbe poter funzionare, perché il
detenuto non ha di fronte solo l’amministrazione penitenziaria (nella
figura del direttore), ma ha la possibilità di rivolgere reclami ad
un Giudice, che gli offre garanzie di imparzialità di giudizio. Questo
sistema, però, ha funzionato solo in parte, per una serie di ragioni
che si intrecciano fra loro e che è difficile sintetizzare. Una delle
ragioni principali è questa: nel sistema ideato dal legislatore questo
Magistrato doveva avere una frequentazione assidua del carcere, parlare direttamente
con i detenuti, partecipare in modo continuativo alla vita del carcere su
cui doveva vigilare. Questo non è avvenuto, e una delle ragioni è
che il Magistrato, come formazione culturale, è un giurista, e può
ritenere svilente occuparsi di questioni che nell’ambiente detentivo
divengono invece di primaria importanza, quali possono essere la qualità
del cibo, le condizioni igieniche delle celle, il fatto che l’acqua
nelle docce sia fredda o che il numero delle docce sia scarso rispetto alla
popolazione detenuta. In secondo luogo, il Magistrato che constatava la violazione
di un diritto del detenuto non aveva i mezzi per intervenire direttamente
e fare eseguire la propria decisione, ma doveva semplicemente indirizzare
una relazione informativa ai vertici dell’amministrazione penitenziaria,
che avrebbero dovuto provvedere di conseguenza. Sennonché nella stragrande
maggioranza dei casi i vertici dell'amministrazione penitenziaria, pur sollecitati,
sono rimasti inerti: ecco quindi un secondo fattore che (unito a quella scarsa
propensione del Magistrato alla frequentazione di luoghi come le carceri)
sta alla base di un’insufficiente tutela dei diritti all’interno
delle carceri.
Proprio partendo da questa situazione di fatto, sono in discussione al Parlamento
alcune proposte di legge che convergono verso un obbiettivo: quello di istituire
una nuova figura di controllore all’interno delle carceri, che sarebbe
il Difensore Civico delle persone private della libertà personale.
Parlo di "persone private della libertà personale" in quanto
questo Difensore Civico avrebbe diritto di accedere NON SOLO alle carceri,
ma anche a quei luoghi ove vengono detenuti in attesa di espulsione i cittadini
stranieri, o a quei luoghi – ad esempio, le c.d. "guardine"
- ove vengono mantenuti (già in stato di privazione della libertà
personale) i soggetti in attesa di essere trasferiti in carcere.
Questo Difensore Civico avrebbe il compito di intervenire PREVENTIVAMENTE,
e di svolgere una azione di MEDIAZIONE tra custodi e custoditi al fine di
scongiurare il verificarsi di quelle situazioni in cui si potrebbe configurare
la violazione dei diritti del detenuto. Quindi, l’istituzione della
figura del Difensore Civico (di nomina parlamentare), con compiti di mediazione
e di catalizzatore di dialogo fra le due fondamentali componenti carcerarie,
dovrebbe garantire dei passi in avanti in questo settore, analogamente a quanto
è accaduto in altri Paesi (quali Gran Bretagna e USA) dove questa figura
ha prodotto buoni risultati. E potrebbe rappresentare pure un incentivo per
il Magistrato di Sorveglianza, al fine di rilanciare quel ruolo di garante
che gli è stato affidato dal legislatore italiano del 1975.
Domanda:
Sempre restando al discorso dell’eccessiva discrezionalità di
cui godono i direttori delle carceri, vorrei affrontare ora un tema più
specifico, ossia quello delle cosiddette "domandine". Ancora prima
di questo lavoro mi sono interessato alla storia di Sole e Baleno, i due anarchici
suicidatisi in carcere nel 1998, dopo l’arresto nell’ambito delle
indagini sugli attentati alla linea TAV della Val di Susa. Un particolare
che mi colpì all’epoca (ma che ha assunto maggiore rilevanza
interessandomi al "mondo carcere" in generale) fu la lettera di
Sole, scritta dopo il suicidio di Baleno. In quella lettera la ragazza scriveva:
"La galera e' un posto di tortura fisica e psichica, qua non si dispone
di assolutamente niente, non si può decidere a che ora alzarsi, che
cosa mangiare, con chi parlare, chi incontrare, a che ora vedere il sole.
Per tutto bisogna fare una "domandina", anche per leggere un libro.".
Sulle "domandine" di cui parlava Sole: come è possibile che
il potere discrezionale dei direttori dei carceri sia così ampio? Come
è possibile che una richiesta ritenuta concedibile in una data struttura
sia ritenuta inaccettabile in un altro carcere? E, a tale proposito: ha qualche
aneddoto curioso su qualche "domandina" (per usare il gergo carcerario)
che sia stata respinta con motivi futili?
Prof. Della Casa:
La cosiddetta "domandina" costituisce un elemento fondamentale della
quotidianità carceraria. Tutto quello che noi nella nostra vita siamo
abituati a pensare come normale, all’interno del carcere diventa oggetto
di una specifica concessione; così, ad esempio: io voglio tenere in
cella un personal computer alimentato a batteria? Devo fare "la domandina".
Voglio farmi arrivare dall’esterno un cibo o un prodotto di igiene personale
che non è in vendita nello spaccio dell’istituto? Devo fare "la
domandina", e così via… Quindi la "domandina"
è il passaggio obbligato che il detenuto deve cercare di percorrere
per rendere la sua vita detentiva leggermente più confortevole. Naturalmente
queste istanze hanno come destinatario l’organo che deciderà
sul loro accoglimento o meno: il direttore del carcere.
Se non sbaglio fu Adriano Sofri a scrivere che già nel termine "domandina"
abbiamo una spia linguistica del grado di infantilizzazione del detenuto:
una persona in carcere non formula richieste, ma "domandine", come
un bambino che si rimette ad un’autorità imperscrutabile e di
gran lunga superiore. Oltre a questa spia linguistica, abbiamo il fatto che
queste "domandine", quando non vengono accettate, vengono il più
delle volte respinte SENZA un'adeguata MOTIVAZIONE; anzi, direi che al di
là del singolo direttore "illuminato", che spiega le ragioni
di un determinato rigetto, le "domandine" vengono respinte con un
NO secco e privo di motivazioni. Ed è questo l’aspetto più
intollerabile per il detenuto; più ancora che il ricevere un rifiuto,
è frustrante questa imperscrutabilità del potere che hai di
fronte, l’essere soggetto ad un'entità onnipotente che non deve
giustificare le proprie decisioni. Io credo che il principio della motivazione
sia un principio che noi tutti esigiamo quando ci viene opposto un rifiuto:
è un principio di civiltà che, nel caso del carcere, viene sistematicamente
disatteso.
Mi chiedeva di aneddoti emblematici del "sistema delle domandine".
Ricordo un caso che si colloca nell’epoca in cui direttore generale
dell’amministrazione penitenziaria era il Dottor Coiro, un Magistrato
che aveva cercato di limare talune asprezze della vita carceraria, inviando
tra l’altro una circolare in cui si diceva che i detenuti avrebbero
potuto tenere con sé in cella, previa autorizzazione del direttore,
piccoli animali da compagnia, che avrebbero reso meno penosa la loro vita
detentiva. Tra questi animali veniva citato l’esempio della vaschetta
coi pesci rossi. Un detenuto (mi sembra del carcere di Alessandria), sulla
scorta di questa circolare aveva rivolto un’istanza proprio per ottenere
una vaschetta con uno o due pesciolini rossi, e questa "domandina"
fu rigettata senza alcuna spiegazione delle ragioni che stavano alla base
di tale rigetto.
In generale il discorso è che di fronte ad un rifiuto le vie da percorrere
per un detenuto non sono molte: prima abbiamo parlato del Magistrato di Sorveglianza,
ma non esiste "il diritto a tenere in cella un pesce rosso" o "il
diritto di tenere con sé un PC"… Quel che intendo dire è
che si tratta di richieste a largo raggio, riguardanti il più delle
volte concessioni di piccola portata, che non possono essere regolamentate
da un testo normativo; neppure con la pazienza di Giobbe si potrebbe compilare
un testo che elencasse tutte le possibili richieste, e quindi è chiaro
che un margine di discrezionalità resterà sempre. Una parziale
soluzione al problema, a mio avviso, sarebbe quella di fare esercitare anche
su queste "domandine" un potere di controllo da parte di un organo
terzo.
Domanda:
Sempre dal caso di Ramon mi è nata una riflessione. Un’altra
cosa appare grottesca nella sua storia: la condanna a tre anni di carcere
per un furto d’auto… Non è mia intenzione discutere l’entità
della pena (problema che, peraltro, starebbe "a monte" del sistema
penitenziario): quel che intendo dire è che per un reato che non denota
una particolare pericolosità sociale è il carcere in sè
ad apparire totalmente inutile o addirittura controproducente (se l’obbiettivo
è, come dovrebbe essere, il recupero del soggetto). Volevo quindi introdurre
l’argomento delle "misure alternative". Da quanto mi risulta
l’esigenza di alternative alla pena detentiva è da tempo materia
di discussione in molti stati, i cui codici già prevedono una differenziazione
di interventi, alternativi o integrativi alla limitazione della libertà,
quali l’obbligo di prestazioni lavorative per pubblica utilità.
In base alla sua esperienza: le risulta che queste alternative siano già
applicate in molti Stati e (in caso di risposta affermativa) con quali risultati?
E soprattutto: quale è la situazione da noi? Infine le volevo chiedere
se anche in questo campo ci sia (ovviamente a parità di reato commesso)
una disparità di trattamento fra italiani e stranieri, nel poter usufruire
di queste misure alternative.
Prof. Della Casa:
Innanzitutto partirei da questa considerazione: a livello planetario si è
ormai convinti che il carcere debba essere la pena cui si ricorre quando TUTTE
le altre possibilità sono venute meno; e anche laddove si ricorra alla
pena detentiva questa, nel corso del tempo, dovrebbe subire delle attenuazioni
di carattere qualitativo che consentano di ridurre i danni insiti nella sua
stessa natura. Ricordo che la pena detentiva è costosissima; e questo
sia dal punto di vista economico (mediamente un giorno di detenzione costa
allo Stato più di 100 €), sia dal punto di vista delle lacerazioni
che provoca nel tessuto sociale. Insomma, anche a livello di legislazione
internazionale si conviene sul fatto che la pena detentiva deve essere compressa
il più possibile, e che al suo posto dovrebbero esistere delle misure
che limitino la libertà personale del condannato in maniera meno totalizzante.
Le misure alternative nascono da questa consapevolezza: la pena detentiva
si ritorce verso chi la espia, ma anche verso chi la infligge; nel senso che
la risocializzazione attuata attraverso il carcere è una contraddizione
in termini; questo perché non posso risocializzare una persona tenendola
in un ambiente che ha caratteristiche antitetiche rispetto a quelle dell’ambiente
dove dovrebbe tornare a vivere quella data persona. Le misure alternative
nascono anche da questa consapevolezza e attualmente sono largamente presenti
in tutti gli ordinamenti "evoluti".
Parlare della gestione di queste misure alternative ci porta a fare innanzitutto
una distinzione fra due categorie di detenuti: quella di coloro per cui esse
sono una possibilità concretamente a portata di mano, e quella di coloro
per cui queste alternative restano un semplice miraggio. Nella prima fascia
metterei i condannati italiani che non siano in una condizione particolarmente
precaria. Parlo di un detenuto che ha adeguati supporti all’esterno
del carcere, che dispone di una residenza da indicare nel caso gli vengano
concesse queste misure alternative, che ha un nucleo familiare che si attiverà
per procurargli un potenziale datore di lavoro, eccetera. Le misure alternative,
infatti, vengono concesse dalla magistratura di sorveglianza proprio a quei
soggetti che lasciano supporre che il loro reinserimento nella società
sia concretamente possibile (ecco perché avere a disposizione un’abitazione
e un posto di lavoro sono elementi di fondamentale importanza).
Se partiamo da questi presupposti capiamo perché gli stranieri (che
invece di solito sono catapultati da noi "selvaggiamente" e non
godono di supporti esterni) sono fra coloro che ricevono pochissime misure
alternative, e quando le ricevono è perché, in determinati carceri,
l’azione del volontariato supplisce alla mancanza di supporti socio-familiari.
Questa del volontariato carcerario è una presenza che dovrebbe essere
incrementata, anche se molto spesso il volontariato deve fare i conti con
la struttura chiusa del carcere, che vede come un intruso chiunque si avvicina
per operare al suo interno.
Domanda:
Secondo una convinzione generalizzata il sovraffollamento delle carceri è
praticamente un "non problema", perché qualsiasi sistema
carcerario tenderebbe al sovraffollamento in modo inevitabile. Questa domanda
si collega alla precedente, in quanto mi risulta che, tanto per fare un esempio,
in Svizzera, dove è costante l’utilizzo delle misure alternative,
i posti-carcere siano liberi al 25%. La questione mi sembra fondamentale,
perchè invece in Italia, accanto al sovraffollamento delle carceri
(secondo il Ministero della Giustizia al luglio 2003 avevamo più di
56.000 detenuti presenti a fronte di una capienza stimata in 42.000 posti)
abbiamo una carenza nel personale di polizia penitenziaria a disposizione,
una carenza che spesso è stata segnalata con preoccupazione dagli stessi
organismi sindacali. Volevo un suo parere in generale su questo problema del
sovraffollamento: oltre all’utilizzo delle "misure alternative"
di cui abbiamo già discusso, quali potrebbero essere le soluzioni a
tale problema? E quale è il suo giudizio sul recente dibattito in Italia
circa le misure "svuota-carceri", che ha prodotto il cosiddetto
"indultino"?
Prof. Della Casa:
Il sovraffollamento carcerario è in effetti un problema che riguarda
tutti i Paesi; nel senso che il carcere, nel momento stesso in cui esiste,
tende ad essere sovrautilizzato. Il sovraffollamento per il carcere è
stato paragonato alla cancrena di un arto per una persona: è qualcosa
che paralizza il funzionamento e blocca l’istituzione stessa. Per fare
un esempio di ciò che comporta il sovraffollamento basterà ricordare
che esso significa l’automatica riduzione delle aree dedicate a spazi
ricreativi, che vengono gradualmente assorbiti dall’esigenza di trovare
nuovi "posti-letto". Significa più ore di permanenza in cella,
perché gli spostamenti dei detenuti divengono più difficoltosi
per la custodia e perché in una struttura sovraffollata c’è
inevitabilmente una maggiore tensione allo stato latente che si ripercuote
su ogni rapporto interpersonale.
Insomma, il sovraffollamento è una condizione deteriore che andrebbe
assolutamente evitata. Andrebbe evitata ricorrendo innanzitutto ad un minore
utilizzo della pena detentiva e della custodia cautelare in carcere. Quindi:
anche nel corso di un processo i giudici dovrebbero usare misure cautelari
diverse dalla custodia (ricordo che gli imputati in carcere si aggirano attorno
al 40-45% della popolazione detenuta); e quando si giunge all’irrogazione
della pena bisognerebbe innanzitutto ridurre il più possibile l’uso
della pena detentiva per quanto concerne gli illeciti. Si parla molto di depenalizzazione,
il che vuol dire che bisognerebbe lasciare colpiti da sanzione penale solo
quei comportamenti oggettivamente gravi; ma noi utilizziamo ancora il codice
(penale) fascista del 1930, che prevedeva solo la pena pecuniaria e quella
detentiva, irrogata con grande generosità anche per comportamenti denotanti
scarsa pericolosità sociale. Quindi il problema del sovraffollamento
va risolto in partenza: in carcere devono entrare meno persone, perché
una volta che vi sono entrate anche il sistema delle misure alternative costituisce
una valvola di sfogo insufficiente.
Veniamo ora alla sua domanda sull’indultino. È bene premettere
che un tempo, per ridurre il problema del sovraffollamento, in Italia avevamo
lo strumento dell’amnistia e dell’indulto. Le amnistie si succedevano
periodicamente e realizzavano l’obbiettivo di dare un po’ di respiro
all’apparato carcerario. Parlo di "un po’ di respiro"
perché si trattava pur sempre di una misura che non agiva sulle cause
del problema; e, ripeto, non intervenendo sulle cause il sovraffollamento
tenderà sempre a riproporsi periodicamente.
Ad un certo punto (legge cost. n.1/1992) è stata modificata la norma
costituzionale (art.79 Cost.) che prevede la concessione dell’amnistia
e dell’indulto, introducendo l’obbligo di maggioranze parlamentari
qualificate per la loro concessione (due terzi di ciascuna Camera). Questa
variazione ha impedito il coagularsi di maggioranze tali da arrivare alla
concessione di provvedimenti generali di clemenza. Conseguentemente, negli
ultimi tempi sono emerse parecchie pressioni per cercare comunque di limitare
il sovraffollamento carcerario: ricordo tra le varie voci quella del Papa.
Si è quindi cominciato a parlare dell’indultino; ossia di un
provvedimento non pensato come un vero e proprio indulto (anche se indirizzato
allo stesso obiettivo), che quindi non richiedeva per la sua approvazione
maggioranze parlamentari qualificate, e che poteva costituire una sorta di
"misura alternativa camuffata", permettendo comunque l’uscita
di un certo numero di detenuti dal carcere. Ma anche nelle fasi di studio
di questo provvedimento (varato poi nell’agosto 2003) abbiamo assistito
ad un gioco di veti incrociati da parte di talune forze parlamentari, molte
delle quali temevano di apparire, agli occhi dell’opinione pubblica,
come "quelli che mettono fuori i delinquenti" , quelli a cui non
sta a cuore il principio dell’effettività della pena (principio
molto reclamizzato – tanto in Europa quanto al di là dell'Atlantico
- che di solito garantisce sicuri vantaggi dal punto di vista elettorale).
Questa situazione ha creato una sorta di paralisi nella discussione, per cui
possiamo davvero dire che la montagna (ossia questo enorme parlare della necessità
di un provvedimento di clemenza) ha partorito un topolino, ossia una legge
tale per cui ne hanno beneficiato poche persone. È stato come somministrare
ad un malato grave (il sistema carcerario italiano, con il suo sovraffollamento)
un paio di aspirine…
Domanda:
Facciamo un passo indietro: nel suo racconto mi ha colpito molto la questione
delle "domandine"; il fatto che il detenuto veda la sua vita quotidiana
totalmente in balia di quanto può decidere il proprio direttore. Lei
diceva che è auspicabile l’inserimento di una figura di controllo
imparziale, e che però è praticamente impossibile stilare un
regolamento che preveda la miriade di richieste che potenzialmente possono
avanzare i detenuti, stabilendo per via regolamentare cosa sia possibile concedere.
Questo è sicuramente comprensibile, ma su questo aspetto mi restano
alcune perplessità: ripenso ancora alle parole di Sole che diceva che
per leggere un libro ci vuole "la domandina"… E penso al racconto
della mamma di Ramon: uno dei passaggi più toccanti è quando
diceva "se mio figlio era malato perché non l’hanno curato?".
Accostare il diritto alla lettura di un libro al diritto alla salute può
sembrare azzardato, ma quel che intendo dire è che certi diritti non
dovrebbero essere affidati al "buon cuore" o alla discrezionalità
del direttore del carcere, ma dovrebbero rimanere diritti fondamentali dell’individuo,
anche quando questi è un carcerato. Questo mi sembra naturale per una
cosa banale come la lettura di un libro, e così pure per un diritto
ancora più importante, come il diritto alla salute. Insomma, è
proprio impossibile togliere certe concessioni al meccanismo della "domandina"?
Prof. Della Casa:
Ribadisco che in alcuni settori un margine di discrezionalità resta
ineliminabile. Nel senso che la legge è un provvedimento generale ed
astratto, che non può prendersi carico di tutte le situazioni. Ciò
premesso, concordo sul fatto che a livello normativo bisognerebbe, tutte le
volte che questo è possibile, produrre norme chiare e tassative che
eliminino qualsiasi filtro nel riconoscimento di certi diritti, che devono
operare automaticamente. Nella legge penitenziaria ci sono già settori
in cui questo accade: per esempio, mentre in passato nelle carceri non poteva
entrare la stampa (divieto che una volta operava indistintamente, poi per
un certo periodo fu rivolto solo alla stampa politica) oggi esiste una norma
che consente ai detenuti di ricevere quotidiani, libri e riviste che siano
in libera vendita all’esterno. Questo è un diritto che può
essere limitato solo per l’imputato che è sottoposto ad indagini
(e che quindi, leggendo i giornali, potrebbe ricevere notizie utili per lui
e controproducenti per l’inchiesta); ma anche in questo caso è
il Magistrato (e non la struttura penitenziaria) a stabilire eventuali limitazioni.
Quel che voglio dire è che nel campo dell’informazione il diritto
è stabilito direttamente dalla legge. Mentre già a livello di
"colloqui" abbiamo una situazione meno favorevole; perché
la legge dice che devono essere mantenuti i contatti con la famiglia eccetera,
ma il numero esatto delle visite o dei colloqui di cui un detenuto può
godere è contenuto nel regolamento d’esecuzione, per cui è
come se scendessimo di un gradino nel "livello normativo". E così
pure dicasi per altri specifici ed importanti settori.
Sono quindi d’accordo sul fatto che, in tutti i casi in cui questo è
possibile (a cominciare dal numero dei colloqui) i diritti dovrebbero essere
sanciti a livello di legge e non di regolamento, in modo da diminuire il margine
di discrezionalità… Ma vorrei anche far notare che questo potrebbe
rivelarsi per certi versi un’arma a doppio taglio, perché per
modificare poi qualcosa stabilito da una Legge occorre che sia il Parlamento
ad intervenire, mentre l’apportare varianti ad un regolamento avviene
secondo procedure meno complesse.
Quello che a mio avviso non funziona nel sistema è un’altra cosa:
il lasciare il detenuto (che nel carcere è un organismo evidentemente
molto più debole dell'apparato che lo ha in carico) senza possibilità
di attivare eventuali meccanismi di tutela. C’è una supremazia
schiacciante dell’apparato penitenziario rispetto al singolo detenuto.
Questa situazione è nella natura delle cose; credo che lo capisca bene
chiunque abbia vissuto un’esperienza di degenza in ospedale e abbia
sperimentato sulla sua pelle lo squilibrio riscontrabile tra il degente e
lo staff medico: figuriamoci la situazione di un detenuto in un carcere! Proprio
per questo, il detenuto non dovrebbe mai essere lasciato senza tutela; dovrebbe
essere messo in grado di attivare una serie di controlli; e questo sia per
il tramite del volontariato operante in carcere (che può essere visto
anche come un canale attraverso cui si può esercitare il controllo
sociale), sia soprattutto attraverso organismi quali il Magistrato di Sorveglianza
o il Difensore Civico. E penso che l’esistenza stessa di questa rete
di controlli potrebbe servire a scongiurare in anticipo alcuni atteggiamenti
vessatori o comunque contrari alla legge che il singolo direttore o il singolo
agente volessero, in ipotesi, assumere nei confronti di un detenuto.
Domanda:
Abbiamo accennato più volte al volontariato, all’importanza dei
volontari nelle carceri. Vorrei chiudere questa intervista con alcune sue
considerazioni su questo aspetto particolare del "mondo carcere"
e, se possibile, con un suo "messaggio" generale su questo mondo,
sconosciuto alla maggioranza delle persone.
Prof. Della Casa:
Secondo me una buona rete di volontariato sarebbe una componente importante
nell’attuale sistema, e potrebbe riequilibrare la situazione della vita
carceraria a favore dei detenuti, supplendo a certe diffuse carenze. Attualmente
questo volontariato è prevalentemente di matrice cattolica, e questo
è un dato che, a mio avviso, andrebbe riequilibrato; non che il volontariato
cattolico non vada bene, ma avere componenti più variegate sarebbe
decisamente positivo. Il fatto che non esista questa maggiore varietà
nel volontariato potrebbe essere letto come una sottovalutazione del settore
carcerario da parte di forze che, pur essendo "progressiste", hanno
dimostrato storicamente una scarsa comprensione dei gravi problemi dell'istituzione
carceraria.
C’è scarsa sensibilità da parte dell’opinione pubblica
su questa materia. Penso a quando si era parlato del diritto alla sessualità
all’interno del carcere: la prima risposta dell’opinione pubblica
più o meno è stata questa: "beh, ma si tratta di gente
che ha sbagliato… adesso dobbiamo dargli anche le camere matrimoniali?".
Io credo che l'impostazione corretta per stabilire la "misura" dei
diritti da riconoscere al detenuto sia questa: il detenuto mantiene in carcere
TUTTI i diritti non incompatibili con l'esecuzione della pena detentiva. Il
diritto alla sessualità non ha nulla di incompatibile con la pena detentiva;
negarlo ha uno scopo meramente punitivo.
Secondo molti chi va a finire in carcere è un criminale a cui danno
vitto e alloggio gratuiti, per cui può essere contento e non stare
troppo a lamentarsi o a pretendere altro. Salvo che succeda qualcosa di eccezionale
che vada a smuovere i "buoni" sentimenti e susciti la giusta commozione.
È facile ottenere solidarietà da parte dell’opinione pubblica
se si presenta ad essa il singolo caso "umano", ma il "problema
carcere" non sta solo nel singolo detenuto che si suicida, ma anche nel
soggetto che al suicidio ci ha pensato cinque-sei volte senza poi arrivare
a commettere quel gesto…
Io penso che il carcere non dovrebbe essere qualcosa di cui si parla solo
quando succede un evento commovente; si dovrebbe parlare maggiormente delle
problematiche carcerarie, nella società civile. Il carcere non dovrebbe
essere qualcosa che allontaniamo e confiniamo nell’angolo più
oscuro della nostra coscienza, ma qualcosa che fa parte della nostra società,
un’istituzione per il momento necessaria che dovremmo sforzarci tutti
di migliorare. Perché il carcere non riguarda solo i detenuti e le
loro famiglie, ma tutti noi; solo che troppo spesso ce ne dimentichiamo, e
ce ne ricordiamo solo se un detenuto evade o si suicida. Il carcere, oggi
come oggi, è un luogo utile solo per le facili commozioni: al posto
della commozione sarebbe meglio un impegno civile, costante e continuo.
***
I FANTASMI DELLE CARCERI
di Sonia Benedetti
Sono migliaia i detenuti nelle carceri italiane; uomini e donne che, all’interno
di quelle mura, vengono annullati dalla società come persone; così
diventano fantasmi!
E questi scomodi fantasmi hanno tante storie da raccontare; sono storie che
parlano di violazione, di discriminazione, di intolleranze, di negazione,
di sofferenze dalle quali, spesso, questi uomini e queste donne trovano un
solo sollievo: la MORTE! Infatti (come dice Adriano Sofri) la morte in carcere
è "un altro modo per evadere"!
Sempre più suicidi nelle carceri italiane. E sono aumentati pure gli
episodi di autolesionismo. Macabre statistiche di cui ci occuperemo ora (sempre
grazie al costante monitoraggio dei casi realizzato dal sito www.ristretti.it)
e che in fondo ci parlano solo di una realtà molto semplice: di un
carcere che non funziona come istituzione.
I SUICIDI
Nelle carceri italiane i detenuti si tolgono la vita con una frequenza 19
volte maggiore rispetto alle persone libere e spesso in istituti dove le condizioni
di vita sono peggiori.
Il numero maggiore di suicidi avviene:
-nel Sud e nelle isole
-nel reparto "G14" (infermeria) di Rebibbia (RM)
-nel Nord:
-carcere Marassi (GE) reparto malattie infettive
-carcere S.Vittore (MI) C.O.C. (reparto d’osservazione per tossicodipendenti)
-O.P.G. (Ospedale Psichiatrico Giudiziario)
I motivi che portano a questo ultimo gesto estremo del detenuto sono:
-le condizioni di isolamento
-i trasferimenti
-i ricoveri in psichiatria dove il paziente viene legato al letto attraverso
cinghie ai polsi e alle caviglie e imbottito di sedativi
-perdita della dignità sociale del detenuto in attesa del processo
(e non solo): le persone nel momento in cui vengono indagate sono immediatamente
associate, da tutta la società, al crimine che presumibilmente hanno
commesso
-la "qualità di vita" all’interno degli istituti penitenziari,
resa inadeguata dalla mancanza di operatori, da un’assistenza sanitaria
inefficiente, dal sovraffollamento (al 31 gennaio 2003, nelle 205 carceri
italiane erano presenti 56250 detenuti, di cui 2509 donne. Vi sono però
in totale 205 istituti, che hanno una capienza di 38878 uomini e 2446 donne,
per un totale di 41324 "posti")
- il timore del reinserimento nella società al termine della pena
Circa il 31% dei deceduti è costituito da tossicodipendenti; per quanto
riguarda l’età:
-circa il 36% ha un’età compresa tra i 20 e i 30 anni
-circa il 28% ha un’età compresa tra i 30 e i 40 anni
Il Regolamento Penitenziario all’art.77 prevede che il tentativo di
suicidio in carcere è punito disciplinarmente (come avviene per l’autolesionismo,
il tatuaggio e il piercing) in quanto infrazione per "negligenza nella
pulizia e nell’ordine della persona o della camera" attraverso
sanzioni decise dal Consiglio di disciplina quali: richiamo, esclusione dalle
attività, isolamento; e in quanto infrazione disciplinare questo comporta
la perdita dello sconto di pena per buona condotta (liberazione anticipata,
nonostante il codice penale non consideri reato il tentativo di suicidio).
ASSISTENZA SANITARIA DISASTRATA
Oltre 100 detenuti l’anno muoiono per "cause naturali" nelle
carceri italiane; a volte la causa ufficiale è:
-un infarto
-un malanno trascurato o curato male
-malattie croniche che portano ad un lungo deperimento
-scioperi della fame.
L’art.1 del Decreto Legislativo 230/99 sul riordino della medicina penitenziaria
stabilisce che "i detenuti e gli internati hanno diritto, al pari dei
cittadini in stato di libertà, alla erogazione delle prestazioni di
prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione, efficaci ed appropriate, sulla
base degli obiettivi generali e speciali di salute e dei livelli essenziali
ed uniformi di assistenza individuati nel piano sanitario nazionale, nei piani
sanitari regionali ed in quelli locali".
L’art 146 del Codice Penale prevede il "rinvio obbligatorio dell’esecuzione
della pena" quando il condannato è affetto da A.I.D.S. conclamata,
o da grave deficienza immunitaria, o da un’altra malattia particolarmente
grave per effetto della quale le sue condizioni di salute risultino incompatibili
con lo stato di detenzione. L’incompatibilità si verifica quando
la persona è in una fase della malattia così avanzata da non
rispondere più (secondo le certificazioni del servizio sanitario penitenziario
o di quello esterno) ai trattamenti terapeutici particolari in carcere.
L’art. 147 del Codice Penale prevede il "rinvio facoltativo dell’esecuzione
della pena" per "chi si trova in condizioni di grande infermità
fisica". La legge non dice nulla per definire meglio il concetto di "grave
infermità fisica".
Detenuti tossicodipendenti e malati
Stando alla "Informativa urgente del Governo su un documento riguardante
la situazione nelle carceri", illustrata dal ministro della Giustizia
alla Camera dei deputati il 3 ottobre 2002, i reclusi affetti da HIV sono
almeno 1401, di cui 192 con AIDS conclamata; circa 15000 sono affetti da virus
epatici; sono sempre più numerosi i soggetti con forti disagi psichici;
un terzo della popolazione carceraria è costituito da persone tossicodipendenti.
Al 30 giugno 2002, risultavano 15698 detenuti tossicodipendenti, 856 alcoldipendenti,
1552 in trattamento metadonico. Alla stessa data HIV erano 1401 (di cui 145
donne): 885 asintomatici, 324 sintomatici, 192 affetti da malattie indicative
di AIDS.
Questi sono numeri che evidenziano la preoccupante situazione presente nelle
carceri italiane, nelle quali intanto si verificano forti tagli ai fondi per
le cure mediche e al personale specializzato. Secondo dati del luglio 2002,
gli assistenti sociali in organico dovrebbero essere 1630, mentre i presenti
sono 1235 (-395); gli educatori previsti in organico sono 1376, i presenti
sono 557 (-819); psicologi: dei 95 previsti, risultano essere presenti soltanto
in 4 (-91).
Si riscontrano carenze anche per il corpo di polizia penitenziaria rispetto
all’organico. In servizio 42781 agenti di polizia penitenziaria, oltre
a 7046 unità di personale amministrativo e tecnico (dovrebbero essere
10025).
Inoltre capita spesso che al carcere di destinazione di un detenuto non venga
spedita la cartella clinica relativa. Ne consegue la sospensione forzata della
terapia, l’annullamento dei risultati raggiunti e il rischio di andare
incontro a gravi conseguenze.
È da segnalare inoltre come l’infermità psichica non rientri
tra i motivi del possibile differimento della pena. Quando l’infermità
è accertata nel processo l’imputato viene prosciolto per vizio
di mente e, invece della condanna, subisce l’internamento nell’Ospedale
Psichiatrico Giudiziario; se un condannato impazzisce durante la detenzione
(o rende manifesta una malattia mentale preesistente) l’aspetta comunque
il ricovero forzato in un O.P.G. Questa differenza di considerazione fra "malattia
fisica" e "malattia mentale" deriva dal fatto che si ritiene
che la prima, indebolendo fisicamente il soggetto, renda il detenuto meno
pericoloso per la sicurezza sociale e che, al contrario, la malattia mentale
rappresenti un elemento di maggior pericolo.
MORTI "PER CAUSE NON CHIARE" E PER OVERDOSE
Questa categoria può essere divisa in due gruppi; del primo fanno parte
tutti quei casi nei quali la causa della morte non è circostanziata
a sufficienza dall’informazione (ossia quei casi dove l’uso di
termini generici quali "malore", "arresto cardiocircolatorio",
ecc. chiarisce ben poco) e i casi di overdose, provocata da droghe, da psicofarmaci
e alcool, dal gas delle bombolette da camping. Nel secondo gruppo rientrano
i casi nei quali le versioni ufficiali presentano zone d’ombra ed incongruenze
tali da far nascere il sospetto che mascherino episodi di maltrattamenti ad
opera di agenti o violenze da parte di altri detenuti.
ALCUNI DATI E STORIE
ANNO 2003
• 43 suicidi
• 9 morti a causa di un’assistenza sanitaria disastrata
• 8 morti per cause non chiare
• 6 morti per overdose
ANNO 2002
• 43 suicidi
• 14 morti a causa di un’assistenza sanitaria disastrata
• 12 morti per cause non chiare
• 3 morti per overdose
ANNO 2001
• 70 suicidi
• 6352 episodi di autolesionismo
• 852 tentati suicidi
ANNO 2000
• 61 suicidi
• 6788 episodi di autolesionismo
• 892 tentati suicidi
ANNO 1999
• 53 suicidi
• 6536 episodi di autolesionismo
• 920 tentati suicidi
Grazie all’inchiesta "Morire di carcere – dossier 2002-2004",
sempre realizzata da ristretti.it e che vi invitiamo caldamente a leggere
integralmente (da tale dossier sono estratti i precedenti dati), vi presentiamo
di seguito alcuni casi, che abbiamo ritenuto emblematici, di morti nelle carceri
italiane.
SUICIDIO - 5 maggio 2002, Carcere di Marassi (Genova).
Fabio B., di 38 anni, residente a Sestri, si uccide nel Centro Clinico del
carcere di Marassi. Le guardie carcerarie hanno trovato il detenuto impiccato
con la cintura dei pantaloni usata come cappio. Era stato arrestato la sera
del 15 febbraio dello stesso anno nella casa dei suoi genitori, con i quali
aveva avuto una violenta lite. Sarebbe stata una lettera della fidanzata a
farlo cadere in una depressione ancora più profonda di quella che già
lo affliggeva (lo ha rivelato il suo compagno di cella): dopo aver letto la
missiva, si sarebbe chiuso in un mutismo assoluto. I tentativi di farlo parlare
non avrebbero avuto successo. Questo è stato il terzo suicidio, in
cinque mesi, a Marassi e il secondo in due giorni nel Centro Clinico della
Casa Circondariale.
MORTE PER CAUSE NON CHIARE - 13 luglio 2002, Carcere di Cagliari.
Luca Saba, 31 anni, muore in cella dopo una settimana dall’arresto.
La madre è andata al colloquio, ma Luca non poteva esserci: "Suo
figlio è morto, non lo sa?", così l’hanno liquidata
sul portone di "Buoncammino", a Cagliari. C’è voluto
l’arrivo dell’avvocato per saperne di più: "Il detenuto
è deceduto per arresto cardiocircolatorio". Ma nonostante il fisico
debilitato, le sue condizioni generali erano buone. Mai avuto problemi cardiaci,
nè fastidi che potessero in qualche modo segnalare l’arrivo di
un infarto.
OVERDOSE - 8 marzo 2003, Carcere di Aurelia (Roma).
Manuela Contu e Franca Fiorini, rispettivamente di 42 e 37 anni, muoiono per
overdose. Le trovano abbracciate, in un lettino della loro cella, che non
danno segni di vita: l’allarme scatta immediatamente, ma ormai non c’era
più nulla da fare. Manuela Contu, di Roma, aveva avuto in passato dei
legami con la banda della Magliana e da tre anni era ospite della sezione
femminile di Aurelia, per scontare una pena per spaccio di sostanze stupefacenti.
Franca Fiorini, di Sezze, era in carcere per furto da circa due anni. La mattina
dell’8 la Contu ha ricevuto la visita di Leofreddi, l’uomo da
cui aveva avuto un figlio. Nella casa di Leofreddi è stata trovata
una lettera della Contu, con tutte le istruzioni per fare entrare due grammi
di eroina in carcere. Sia la cella che le due donne, dopo il colloquio con
l’uomo, sono state perquisite. Non è stato trovato nulla.
SUICIDIO - 12 marzo 2003, Carcere di Marassi (Genova).
Santo R., 50 anni, si uccide ingerendo una massiccia dose di tranquillanti.
L’uomo, accusato di avere violentato una famigliare, non riusciva a
parlare con un magistrato: questo sarebbe il motivo che lo ha portato al gesto
suicida.
ASSISTENZA SANITARIA DISASTRATA - 5 aprile 2003, Carcere
di Poggioreale (Napoli).
Mariano Maestrino, 35 anni, muore per un collasso cardiaco. Si tratta del
secondo detenuto deceduto a Poggioreale in poco più di due settimane
e sulla sua fine avrebbe influito negativamente la carenza di cure appropriate.
Il 26 marzo Maestrino, sofferente di sovrappeso e che proprio per questo accusava
problemi cardiaci e respiratori, aveva partecipato all’udienza per la
sospensione della pena, richiesta per il suo delicatissimo stato di salute.
La sua obesità non aveva però influito sul regime carcerario,
tant’è vero che fino al suo ricovero nel centro diagnostico terapeutico
della casa circondariale di Poggioreale era rimasto in regime carcerario ordinario.
SUICIDIO - 5 maggio 2003, Carcere di San Vittore (Milano).
Chamorro Morocho, 30 anni, ecuadoriano, viene arrestato il 3 maggio, per aver
ucciso la moglie e ferito il figlio, investendoli con l’auto. Il 4 maggio
l’uomo, nella visita di routine dello psicologo, "non dichiara
propositi autolesivi", ma il medico, come per ogni protagonista di delitti
famigliari, dispone comunque "massima sorveglianza, con controlli ravvicinati".
Il detenuto risulta malato di tubercolosi, ma "per mancanza di celle
idonee" viene rinchiuso in una stanza di fortuna, ricavata nella sala
d’attesa (cella del reparto "nuovi giunti"). Il pericolo di
contagio ne imporrebbe "l’isolamento sanitario", ma in quella
"piccola cella con i materassi a terra" sono ammassati altri nove
detenuti stremati dall’afa. Il 5 maggio l’ecuadoriano si impicca
nel bagno con una stringa delle scarpe.
(Dopo due mesi di accertamenti, la procura non si limita ad escludere qualsiasi
responsabilità degli agenti, per la mancata sorveglianza dell’arrestato,
ma elogia la direzione per "l’innegabile attenzione" al problema
dei suicidi, fino a concludere che i problemi oggettivi di San Vittore sono
tanto gravi da mettere in dubbio perfino l’obiettivo minimo della sopravvivenza:
"Le condizioni di sovraffollamento e la cronica mancanza di mezzi in
cui versa il carcere rendono sostanzialmente impossibile attuare una politica
di reale ed efficace prevenzione degli atti autolesivi e dei suicidi (…)
Si tratta di condizioni di detenzione non degne di un Paese civile".
Lo stesso direttore di San Vittore spiega che la capienza massima del carcere
è di 800 detenuti, mentre la media ordinaria è di 1600 reclusi.)
ASSISTENZA SANITARIA DISASTRATA - 13 agosto 2003, Carcere
di Catanzaro.
Emiliano Mosciaro, 47 anni, muore di peritonite. Stava scontando una pena
di sette anni di carcere. Il 4 agosto telefona alla madre, per dirle che non
si sente bene e che le cure dei medici del carcere non funzionano. Emiliano
soffre di crisi depressive e quei dolori addominali, che accusa da qualche
giorno, sono forse scambiati per effetti di qualche forma di somatizzazioni.
Il giorno dopo la telefonata alla madre Emiliano viene trasferito d’urgenza
all’Ospedale di Catanzaro, su richiesta di un medico esterno che lo
ha visitato in carcere. Troppo tardi, la peritonite è ormai in stato
di necrosi avanzata.
***
ALTRE STORIE DI ORDINARIA INUMANITÀ
di Francesco Barilli e Sonia Benedetti
Fino ad ora abbiamo trattato (direttamente con l’intervista a Patty
o indirettamente grazie alla rielaborazione di dati estrapolati da ristretti.it)
casi particolarmente drammatici ed eclatanti. Ma forse la realtà del
carcere italiano può essere meglio rappresentata nella sua "ordinaria
inumanità" proprio da storie che, fortunatamente, non sono sfociate
in epiloghi tragici.
Abbiamo cercato persone che avessero voglia di raccontare le loro "storie
ordinarie di carcere", e cominciamo il nostro racconto con la vicenda
di Ivan Zancolich, una vicenda breve ma significativa, proprio perché
narrata da una persona che non avrebbe mai pensato di affrontare l’esperienza
carceraria, e che quindi può fornire un punto di vista "diverso"
su quella realtà. A seguire l’esperienza di E.G., ex detenuto
che ci ha chiesto di mantenere l’anonimato.
Nel corso dei futuri aggiornamenti di questa nostra inchiesta contiamo di
presentare altre testimonianze, invitando ancora una volta (come fatto in
premessa) chi volesse fornire il proprio contributo a mandare una mail all’indirizzo
info@ecomancina.com
Padova, 14 gennaio 2004
Domanda:
Vorrei che fossi tu ad introdurre la tua storia e a spiegare come e perché
sei finito in carcere.
Ivan Zancolich:
Mi chiamo Ivan Zancolich, sono uno psicologo e da qualche anno lavoro "nel
sociale". La vicenda che mi ha portato in carcere è piuttosto
allucinante, a mio avviso. Lavoro in una comunità di minori, e devi
sapere che in questo ambiente ci sono delle procedure e servizi particolari,
tra cui il cosiddetto "pronta accoglienza". Con questo servizio
i minori presi in flagranza di reato vengono portati proprio in comunità
di questo tipo e non in carcere (ti ricordo che per legge i minori di 14 anni
non possono essere detenuti). Queste comunità non hanno l’obbligo
di trattenerli con la forza; la prassi che ho potuto constatare nel periodo
in cui ho lavorato in quella comunità era questa, in estrema sintesi:
i ragazzini arrivano, si compilano le carte per l’accettazione, ma quando
vogliono uscire dalla comunità nessuno li può trattenere; l’unico
obbligo a capo del personale è quello di fare un fax alla sede centrale
della comunità, che poi attiverà a sua volta le procedure con
Questura e Tribunale.
Bene, la sera dell’8 dicembre 2003, arrivano due minori scortate dai
cc, dopo aver disbrigato le pratiche per l’accettazione, concedo loro
di fare una telefonata a casa dopo la quale mi dicono di aver ricevuto indicazioni
dai genitori che vogliono che tornino a casa. Così le bambine lasciano
la comunità. Poi succede un fatto strano: le bimbe rientrano in comunità
dopo poco, molto spaventate dicendo di essere seguite da due brutti ceffi,
che poi scoprirò essere uomini dell’arma. Allora esco a controllare
e in effetti si ferma una macchina con a bordo due uomini che si qualificano
come Cc e quando dico loro chi sono e cosa sto facendo mi salutano e mi lasciano
andare. Ah, le bimbe mi avevano chiesto di portarle in stazione e stavo per
farlo, ma l’incontro coi cc mi aveva lasciato perplesso, quindi giro
la macchina e faccio rientro in comunità. Qui le bimbe richiamano a
casa, perché nel frattempo le avevo convinte a rimanere presso la comunità,
ma i genitori non lo consentono, così se vanno da sole a piedi verso
la stazione. Dopo pochissimo tempo tornano i carabinieri e mi chiedono delle
minori, dico loro ciò che è successo ma evidentemente, non conoscendo
bene queste prassi, hanno ritenuto che io avessi commesso il reato di abbandono
di minori. Beh, tutto in realtà è più complicato, ma
per sommi capi questa è la storia. La cosa assurda, dal mio punto di
vista, è che io sono stato arrestato mentre stavo semplicemente facendo
il mio lavoro.
Domanda:
Indipendentemente da quella che vedremo in seguito essere la tua "storia
di carcere", tu ti senti mancante in qualche aspetto (a livello di procedure
amministrative, intendo)? Mi hai parlato, per esempio, dell’obbligo
di un fax…
Ivan Zancolich:
In realtà le cose sono un po’ più complesse. Nella prassi
operativa di tutti i giorni, con 7 o 8 ragazzini da gestire, ci possono essere
dei ritardi nell’occuparsi di un adempimento burocratico quale può
essere il fax. Comunque, a questo proposito, ci tengo a precisare che io in
quel periodo ero "in prova" e supervisionato da un altro operatore
più anziano, che avrebbe potuto/dovuto in qualche modo tutelarmi e
spiegare a chi di dovere come erano andate le cose. E se non poteva farlo
a titolo personale, poteva intervenire la Comunità. E questo non è
avvenuto per nulla.
Domanda:
Torniamo a quella che è l’esperienza più direttamente
attinente la nostra inchiesta. Vieni quindi tradotto in carcere: dove? Ti
viene subito spiegato il motivo per cui vieni tratto in arresto?
Ivan Zancolich:
Da Mestre, dove sono stato arrestato, dopo il disbrigo delle prime procedure
(impronte digitali, foto ecc.) sono stato tradotto al carcere di Santa Croce
di Venezia, dove arrivo a mezzanotte. Lì vengo accettato dalle guardie
carcerarie. Passa un’altra oretta di procedure (perquisizione ecc.)
e alle tre di notte entro in quella che sarà la mia "casa"
per i successivi tre giorni. Una cella con sei compagni, di circa 20 metri
quadrati.
Domanda:
In quei tre giorni hai potuto parlare con qualcuno?
Ivan Zancolich:
Alla fine dei tre giorni sì; ho parlato con l’avvocato perchè
era arrivato il PM per interrogarmi.
Domanda:
Per i primi tre giorni quindi nessuno è venuto a sentire le tue ragioni,
la tua versione dei fatti?
Ivan Zancolich:
No. La prima persona che vedi con il "potere" di scarcerarti è
il PM… Devo dire che tutte queste procedure di legge me le hanno insegnate
i miei compagni di cella, io ero totalmente a digiuno delle procedure burocratiche
inerenti quel mondo… Mi hanno spiegato loro che ci sono 48 ore entro
le quali la persona fermata vede il PM; se questo non ti rilascia ci sono
altre 48 ore entro le quali dovrebbe venire ad interrogarti il GIP e decidere
l’eventuale scarcerazione. A me è andata bene, come ti dicevo,
perché il PM ha deciso di scarcerarmi senza porre altre limitazioni
(tipo obbligo di firma, arresti domiciliari o cose del genere).
Domanda:
C’è una cosa che mi lascia perplesso: tutta la tua accoglienza
mi sembra approssimativa (come atteggiamento della amministrazione carceraria
nei confronti di un "nuovo arrivato", intendo): tu vieni inserito
in un mondo totalmente alieno per te, eppure nessuno a livello ufficiale ti
spiega quali sono i tuoi diritti e i tuoi doveri, le dinamiche all’interno
del carcere, le mille cose spicciole che "costruiscono" la quotidianità
di vita nel carcere. E poi: dell’avvocato mi hai già detto. Ma
in quei tre giorni hai avuto altri contatti con l’esterno? La tua compagna
Valentina, i familiari, intendo…
Ivan Zancolich:
Solo i compagni di cella mi spiegano "come ci si deve comportare",
quali sono le prassi da seguire, cos’è "l’ufficio
matricola", tanto per dire… Io ero totalmente all’oscuro
di queste procedure interne. Sono loro che mi danno tutte le informazioni
necessarie.
Per quanto riguarda altri contatti con l’esterno: no, non ne ho avuti;
perché quando vieni arrestato non puoi parlare con nessuno finchè
non vedi il PM, perché ci sarebbe la possibilità di inquinamento
delle prove. E questa devo ammettere che mi sembra una prassi comprensibile.
L’unico contatto che si può avere, e solo in entrata, sono i
telegrammi. Valentina mi mandò un telegramma con il nome dell’avvocato
da nominare (chiaramente nel momento in cui ero stato arrestato non avevo
un avvocato di fiducia, non avevo mai pensato di poterne avere bisogno…).
Domanda:
Tutta la tua esperienza in carcere deve esserti sembrata estranea e ostile
rispetto al tuo modo di vivere consueto, ma c’è qualcosa che
ti ha colpito particolarmente?
Ivan Zancolich:
Beh, tutto è particolare e "curioso", perché all’interno
del carcere si creano delle dinamiche particolari, quasi fosse un mondo totalmente
a sé. Non riesco ad isolare un singolo aspetto che mi abbia colpito
in particolare. Anche perché tu prova ad immaginare come può
sentirsi uno che viene preso e portato in carcere mentre sta lavorando, e
senza sentire in coscienza di aver fatto nulla di male! Non riesco, insomma,
a focalizzare un solo aspetto. Posso dire che quello che più mi è
rimasto di questa esperienza è stato il contatto con gli altri carcerati.
Perché tu arrivi lì dentro e sei come un bambino, non sai niente
di quel mondo, e quella sarà, per i giorni successivi, la tua famiglia.
Ti consolano, ti dicono "come muoverti"…
Questa è la cosa che mi ha colpito di più. Ma io penso di essere
stato molto fortunato ad incontrare persone così umane, che mi hanno
aiutato a superare quei momenti.
Domanda:
Quindi tu, per quanto hai potuto vedere nella tua limitata esperienza, non
hai vissuto esperienze ostili; non hai visto episodi di "nonnismo"
o forme di sopraffazione fra i detenuti, ma hai vissuto anzi un ambiente "di
accoglienza"…
Ivan Zancolich:
Guarda, il nonnismo credo proprio che esista anche nel carcere, anche in base
a quanto mi hanno detto i miei compagni di cella. Furono le stesse guardie
carcerarie, dopo aver espletato tutte le formalità per la mia accettazione,
a dirmi che mi avrebbero messo in una cella di "definitivi", ossia
persone che hanno già avuto la condanna e sanno "cosa li aspetta",
per cui con un livello di ansia e di aggressività inferiore rispetto
a quello della popolazione carceraria in attesa di giudizio e che non sa ancora
a quale pena andrà incontro. Mi diceva un ragazzo che nelle celle "dei
negretti" (come li chiamava lui), ossia abitate da soli extracomunitari,
a volte la situazione era insostenibile. Perché questi non hanno soldi,
capiscono a malapena la lingua… Ripeto, so di essere stato fortunato
ad essere messo in cella con persone che avevano già consolidato le
proprie dinamiche interne al carcere e sapevano già quanto dovevano
rimanere lì dentro, per cui accettavano quella vita; non dico che l’accettavano
serenamente, ma se ne facevano una ragione. Chi è lì e non parla
l’italiano, non ha un avvocato, non ha soldi, non sa bene quali siano
le sue prospettive… Beh, credo che per quella gente la realtà
sia molto più dura …
Domanda:
Volevo chiedere una cosa alla tua compagna, Valentina. Abbiamo sentito come
ha vissuto la sua storia Ivan. Abbiamo detto che la sua è stata un’esperienza
"aliena". Ma penso che il termine "aliena" o "estranea"
possa definire anche la tua esperienza… Per cui volevo sapere la tua
storia: come e quando hai saputo dell’arresto, quali sono state le tue
reazioni eccetera.
Valentina:
Io vengo a sapere dell’arresto il giorno stesso, alla mezzanotte dell’8
dicembre. Doveva essere una serata tranquilla, ricordo che avevamo in programma
di vedere la seconda puntata de "La meglio gioventù". Ivan
doveva arrivare verso le nove e mezza di sera. Alle dieci e mezza ho cominciato
a preoccuparmi: so che alla Comunità può sempre succedere qualche
imprevisto, ma lui in questi casi mi chiama sempre; e poi quando ho provato
a chiamarlo non rispondeva al cellulare. Ad un certo punto ho chiamato anche
la sede della comunità, ma mi hanno risposto genericamente che c’era
stato qualche contrattempo e che non dovevo preoccuparmi. Dopo pochi minuti
mi telefona un Commissario che mi dice "la sto chiamando per notificarle
l’arresto di Ivan Zancolich". Io in quel momento non riuscivo a
realizzare l’accaduto, pensavo addirittura ad uno scherzo di qualcuno
della comunità, e mi sono fatta ripetere il suo nome un paio di volte.
"Sono il commissario D., dei carabinieri di Cessalto"… Tra
l’altro devi sapere che Ivan lavora a Marghera, mentre Cessalto è
in provincia di Treviso, per cui non riuscivo a capire cosa potesse essere
successo. Chiedo quindi informazioni più precise al commissario, che
mi risponde "Zancolich è stato arrestato per abbandono di minore".
A quel punto ho richiamato la Comunità, ma loro non ne sapevano nulla.
Ed è a qui che è cominciata una vicenda che posso solo definire,
per quel che mi riguarda, assolutamente kafkiana.
Non ho dormito tutta la notte. La mattina dopo ho telefonato ad un amico per
raccontare la storia. Ero sconvolta, era la prima volta che mi capitava di
dover assistere una persona arrestata. Può sembrare assurdo, ma ricordo
che ho pensato che la vicenda non doveva essere tenuta segreta, ma che era
talmente assurda che dovevo far sapere la notizia a più persone possibili.
Quindi, dopo aver chiamato questo mio amico e dopo aver trovato un avvocato
per Ivan, ho chiamato la Comunità, che mi ha lasciato completamente
"a piedi"… Devi sapere che si tratta di una IPAB; un istituto
di matrice religiosa che ha un sacco di "comunità satelliti"
(sia per il recupero di minori, sia di richiedenti asilo), quindi è
una comunità molto nota e influente nell’ambiente. Probabilmente
non sapevano bene neppure loro come erano andati i fatti, ed hanno pensato
bene di scaricare tutta la responsabilità su Ivan e di dirmi che loro,
in ogni caso, non potevano farci nulla.
Poi c’è l’aspetto finanziario (pagare l’avvocato
eccetera): io ho solo una borsa di studio e Ivan faceva l’operatore
in prova, per cui anche l’aspetto economico poteva diventare un problema.
Devo dire che abbiamo avuto massima solidarietà dagli amici, dai compagni
che ci sono stati vicini, dall’associazione per cui avevamo lavorato
in passato entrambi, per cui non mi sono sentita sola…
La cosa peggiore è che non potevo comunicare con lui. In quei momenti
ti vengono in mente le cose più banali, le esigenze che poteva avere
Ivan e che io non potevo soddisfare. Per esempio, Ivan è miope e porta
le lenti a contatto, e pensavo a come potevo fargli avere gli occhiali perché
non poteva stare con le lenti per tanti giorni. Non sapevo se avesse soldi
con sé, sicuramente non aveva indumenti per cambiarsi… E io mi
sentivo impotente, non sapevo cosa potevo fare per lui, e questa è
stata la cosa peggiore, per me.
Domanda:
Tornando ad Ivan: dopo questa brutta avventura hai avuto anche ripercussioni
negative a livello lavorativo?
Ivan Zancolich:
Beh, chiaramente non me la sono più sentita di tornare in quella Comunità…
Altre ripercussioni non le so e non le posso ancora sapere, perché
la storia è ancora troppo fresca. Sto cercando un altro lavoro, sempre
nel mio campo, e gli articoli denigratori che sono usciti sui giornali in
quei giorni (cose allucinanti, del tipo "mandava a rubare le bambine
zingare invece di educarle"…) non so cosa potranno portare nel
mio futuro. In questo caso spero che la memoria della gente sia breve, per
cui spero che articoli apparsi solo per due-tre giorni non lascino il segno.
Domanda:
Una domanda che è estranea alla nostra inchiesta, ma che mi sorge spontanea
vista l’assurdità della tua storia: pensi che dietro al tuo arresto
possa esserci stata qualche "manovra strana" nei tuoi confronti?
Ivan Zancolich:
Sinceramente penso di no. Non credo ci sia stato un disegno per incastrarmi.
Credo semplicemente che i carabinieri di Cessalto non conoscessero bene le
procedure operative che sono all’ordine del giorno e ben conosciute
dai tribunali dalle questure e da chi opera in questi settori. Penso che quei
carabinieri abbiano vissuto un senso di frustrazione nel portare quelle bambine
alla Comunità e nel ritrovarsele dopo una settimana a rubacchiare in
giro… Quindi credo che abbiano fatto partire una loro indagine autonoma
e che la "sfortuna cosmica" abbia voluto che ci finissi di mezzo
io, l’operatore che stava seguendo proprio quel caso.
Valentina:
Rispetto alle prassi e al lavoro in questo settore volevo aggiungere una cosa.
Il fatto che la gestione di servizi di questo tipo (comunità di minori,
nel nostro caso) non avvenga tramite strutture pubbliche, ma venga lasciata
a soggetti privati o semi-privati comporta a mio avviso anche una minore tutela
dei lavoratori. Ivan si è trovato in questa situazione e nessun ente
ha voluto/potuto tutelarlo. Anche perché in questo campo non ci sono
leggi o regolamenti precisi, ma solo prassi consolidate di queste comunità
che vengono poi condivise dai soggetti pubblici che gravitano attorno a questa
realtà (tribunale, comune di Venezia ecc.). I carabinieri di Cessalto
probabilmente non erano a conoscenza di questa prassi; per cui anche dal punto
di vista legislativo ci sono lacune e scollegamenti fra apparati che invece
dovrebbero dialogare ed interagire. Per cui immagino che se invece dei carabinieri
di Cessalto Ivan avesse incontrato quelli di Marghera le cose sarebbero andate
diversamente, perché questi ultimi conoscono già bene questa
realtà e sanno come comportarsi…
Domanda:
Volevo soffermarmi sull’aspetto più puramente umano ed emozionale:
cosa hai provato quando sei stato arrestato e quali sono state le tue reazioni
a livello emotivo in quei tre giorni?
Ivan Zancolich:
Quando mi hanno arrestato la mia reazione è stata di incredulità.
Devo avergli risposto qualcosa tipo "ma state scherzando?!". Successivamente
non ho avuto un "crollo emotivo", ho sempre cercato di mantenermi
lucido e razionale. Ho cercato di capire se c’era il modo di dare le
spiegazioni giuste ai carabinieri, magari mettendoli in contatto con l’altro
operatore alla comunità, però era tutto inutile. A quel punto,
quando ho capito che la decisione dell’arresto era irrevocabile, ho
smesso di parlare e mi sono semplicemente sottoposto alle procedure per la
traduzione in carcere…
Lì per lì non ci credevo, mi sembrava solo un brutto sogno…
Il brutto viene quando entri in cella. Le prime 24 ore emotivamente sono state
davvero brutte. Non riuscivo a parlare con nessuno perché mi veniva
"il magone"; mi sentivo vittima di un torto enorme… Le emozioni
non riesco a descrivertele bene Una sensazione di impotenza, di sopruso subito,
di rabbia, di preoccupazione per chi stava fuori (perché sapevo che
anche per loro sarebbe stato un colpo molto duro)… E poi preoccupazione
per me, per il futuro, perché io lavoro con i minori ed è un
lavoro che amo molto, ed ho pensato che in seguito all’arresto magari
non avrei più potuto lavorare con i minorenni, con i bambini…
Tutto un turbinio di sensazioni, non mi è possibile isolarne una…
Domanda:
Volevo chiederti un’ultima cosa. Mi hai detto che per alleviare questa
tua brutta esperienza ti è servito molto l’aver trovato contatti
umani significativi con i tuoi compagni di cella: sono poi proseguiti una
volta che hai riacquistato la libertà, o è stata un’esperienza
confinata a quei soli tre giorni?
Ivan Zancolich:
No, l’esperienza non è finita lì. Anche perché
io sento un dovere di riconoscenza verso queste persone e i contatti continuano
tramite lettere. Loro in quei giorni (visto che eravamo vicini a Natale) mi
hanno chiesto se potevo mandargli delle cartoline che poi loro avrebbero spedito
a parenti ed amici, e questo l’ho fatto con piacere: ho comprato buste
e cartoline natalizie e gliele ho spedite. Poi ho cercato di aiutare economicamente
uno di quei ragazzi, che sotto quell’aspetto era messo molto male. Ma
sono cose che mi sembrano naturali: così come loro hanno aiutato me
in quei momenti, le piccole e poche cose che potevo fare per loro "da
fuori" le ho fatte e le farò volentieri.
E adesso continuo questo rapporto epistolare (specie con uno di loro, un ragazzo
che deve farsi dentro un bel po’ di tempo), perché ho capito
che per loro è importante scrivere e ricevere lettere, avere un contatto
con chi sta fuori, con chi vive la libertà, con chi "vive il mondo":
ricevendo una sua lettera è come se una parte di quel mondo libero
ti entrasse in carcere… E poi l’opportunità di scrivere
e di esternare i sentimenti è importante in quell’ambiente. Molti
mi dicevano che diventa difficile farlo in un ambiente chiuso ed aggressivo
come il carcere. Riuscire a comunicare è difficile quando non hai neppure
la libertà per fare quattro passi dentro il carcere, per cui ti devi
inventare mille scuse per farti un giro e così fermarti a parlare con
chi sta facendo le pulizie…
Poi, ripeto, io ho visto solo una realtà, e credo sia stata la migliore
che potesse capitarmi in quel frangente, perché tutto sommato in quella
cella l’aria che si respirava era quella di una comunità , di
una piccola famiglia… Loro una sera me ne parlarono proprio così:
"Qui la famiglia siamo noi. Se non ci aiutiamo, io con te e tu con me,
se non ci passiamo le sigarette quando siamo senza o non ci diamo una mano
l’uno con l’altro, che fine facciamo, visto che siamo nella stessa
barca?"…
***
25 febbraio 2004
Domanda:
Quando sei stato incarcerato per la prima volta? E, in seguito, quali sono
state le tue esperienze nei penitenziari italiani?
E.G.:
Il 25 aprile 1975, per detenzione e spaccio stupefacenti. Poi, sempre quell’anno,
a luglio, ancora per detenzione e spaccio. Poi tante altre volte, o per "roba"
o per furti. Di carceri ne ho visti tanti. Cremona, Brescia, Mantova, San
Vittore, Opera, Busto Arsizio, Gallarate, Brescia, Bologna, Reggio Emilia,
Piacenza, Massa Carrara, Pisa, Livorno…
Domanda:
Immagino che avrai trovato esperienze e contatti umani molto diversi in questi
anni. C’è qualche cosa che ti ha colpito particolarmente, sia
riguardo al rapporto fra detenuti, sia riguardo al rapporto con gente che
lavora nel carcere (agenti, volontari ecc.)?
E.G.:
Guarda, posso dirti che tra i detenuti ho visto sempre molta solidarietà.
Le "cose che non vanno bene", quelle che non si devono fare…
Beh, si sanno subito. Certi soprusi tra detenuti io li ho visti solo nei film
americani.
Domanda:
Tu dici: prepotenze fra detenuti non ne ho viste…
E.G.:
Beh, un attimo: ne ho viste, ma ho visto anche le conseguenze che subiva chi,
fra i detenuti, commetteva quelle prepotenze ai danni di altri: scattava sempre
la solidarietà.
Domanda:
Okay. Ma soprusi da parte di guardie carcerarie nei confronti dei detenuti,
invece?
E.G.:
Sì, ne ho visti. Si trattava sempre di episodi commessi in modo che
dopo si potesse imboscare tutto. Non ti dico di "cose eclatanti",
ma di botte sì, tante. Ho visto gente picchiata di brutto.
Domanda:
E per quali motivi?
E.G.:
I motivi? Beh, di versioni ce ne sono sempre due: quella del carcerato e quella
della guardia!… Qualche botta l’ho presa pure io. Ricordo di una
volta che avevo chiesto una pastiglia per il mal di testa e non me la portavano.
Allora cominci a lamentarti dopo mezz’ora… Poi dopo un’ora….
Dopo due ore cominciano a volare le parole, poi ti lascio immaginare…
Domanda:
E gente che si è ammazzata in carcere ne hai vista?
E.G.:
Sì. Ma pochi e sempre "a cose fatte". Atti di autolesionismo
sì, tantissimi… Però, ti dirò, credo che se uno
vuole morire si ammazza e basta. Gli atti di autolesionismo spesso sono un
modo per attirare l’attenzione su di sé; un modo disperato per
dar forza a certe richieste.
Domanda:
Parlami dei contatti con l’esterno: visite telefonate…
E.G.:
Ci sono i colloqui e le telefonate stabilite per legge ogni mese. Se non sbaglio
adesso sono cinque colloqui al mese, più tre telefonate di sei minuti
l’una, sempre al mese. Poi dipende dal tuo comportamento: se non hai
ammonizioni o roba del genere possono concederti qualche colloquio in più…
Poi dipende anche dal carcere; in un "penale" hai qualcosa in più.
Ti ricordo che esistono due tipi di carceri. In quello circondariale ci vai
appena arrestato, poi c’è il processo e se prendi una condanna
"consistente" non puoi stare in quel tipo di carcere. Nel "penale",
insomma, ci vai se hai preso una condanna definitiva di una certa entità;
e lì hai qualche agevolazione in più.
Domanda:
Immagino che, nelle tue esperienze di carcere che si snodano lungo quasi trent’anni,
avrai notato che la percentuale di carcerati extracomunitari è aumentata
moltissimo.
E.G.:
Sì, adesso saremo attorno al trenta per cento o giù di lì…
Domanda:
Il trattamento riservato loro è analogo a quello riservato agli italiani?
E.G.:
Beh, il trattamento dovrebbe essere uguale. Poi "si recita a soggetto":
c’è l’agente che ce l’ha con i detenuti in generale,
quello che odia i marocchini, quello per cui tutti sono uguali... Poi, chiaro,
se guardi l’ordinamento, i diritti sono diritti, e dovrebbero essere
garantiti per tutti.
Domanda:
Hai mai visto direttori di carceri prendere provvedimenti nei confronti di
guardie che avessero commesso abusi nei confronti dei prigionieri?
E.G.:
Sì, la direttrice che era al carcere di Cremona fino ad un po’
di tempo fa. Lei guardava dove era il torto e dove la ragione, e se era il
caso difendeva il detenuto. In linea generale, tieni conto innanzitutto di
una cosa: nel carcere c’è il direttore, sì, ma c’è
anche un maresciallo, un responsabile delle guardie; ed è lui il responsabile
della sicurezza nel carcere. Il direttore "conta" più del
maresciallo, chiaro, ma la sicurezza ce l’ha in mano quest’ultimo,
e se lui dice che una certa guardia si è comportata in un certo modo
per "motivi superiori di sicurezza", perchè altrimenti poteva
succedere un’evasione, una rivolta o cose del genere… Beh, la
scusa per l’agente è già trovata, e il direttore può
dire quello che vuole! Insomma, se una guardia fa qualcosa di male ad un carcerato
per avere ragione ce ne vuole; se invece sei tu che fai qualcosa di male ad
una guardia, sei mesi in più di galera te li becchi subito… Sei
mesi me li sono presi pure io, in quel modo…
Domanda:
Cosa avevi fatto?
E.G.:
Gli avevo tirato una bottiglia in testa. Mi aveva esasperato… A me sembrava
di avere ragione, ma i sei mesi me li sono beccati subito. E sono finito a
Busto Arsizio, in un "punitivo".
Domanda:
La nostra inchiesta è rivolta soprattutto a chi in carcere non c’è
mai stato e ne ha un’idea vaga e magari pensa che le carceri italiane
siano, come disse il Ministro Castelli, "hotel di lusso". Ti senti
di dire qualcosa, al proposito?
E.G.:
Alberghi di lusso… già, lo disse a Cagliari, in visita al Buoncammino…
Beh, lasciando stare le provocazioni, ti dico che uno che in carcere non c’è
mai finito deve preoccuparsi innanzitutto… di non andarci!!! Ma se ci
finisci dentro (ed è più facile di quanto si possa pensare…)
devi innanzitutto preoccuparti di capire come ci si deve comportare, lì.
Convivere con altra gente, con la testa diversa dalla tua, non è semplice
anche fuori; ma in carcere di problemi ce n’è anche di più…
Ma se non sei un bastardo qualcuno che ti dia una mano, lì, lo troverai.
Fra i detenuti troverai come una "società del mutuo soccorso interno".
Insomma, se ci finisci dentro, non contare tanto sul tuo avvocato, ma cerca
di capire innanzitutto l’aria che tira e cosa è bene e cosa non
è bene fare, lì dentro…
***
In questa sezione vedremo di affrontare il "mondo carcere" assieme
a chi ha vissuto questa realtà "dall’altra parte della barricata"
(direttori di istituti, assistenti sociali, agenti di polizia penitenziaria),
o assieme a chi il carcere l’ha conosciuto come detenuto, ma ha deciso
(sia durante che dopo l’esperienza detentiva) di impegnarsi in prima
persona nel difficile tentativo di migliorare le condizioni di vita nelle
carceri, o comunque di denunciare le innumerevoli storture di questa istituzione.
Siamo lieti di aprire questa parte della nostra inchiesta con una testimonianza
che rientra nella seconda possibilità; la testimonianza di Sergio Segio,
dell’Associazione "SocietàINformazione". Si tratta
di un personaggio già noto per i lettori che si sono interessati delle
problematiche carcerarie; per quelli che non lo conoscessero, rimandiamo alla
sua prima risposta, che costituisce anche una presentazione della sua esperienza
umana e del suo impegno civile.
2 luglio 2004
Domanda:
I media che parlano di lei spesso partono con una presentazione comune, parlando
quasi con curiosità di "Sergio Segio, ex terrorista che in seguito,
all’interno del carcere, ha scoperto l’impegno sociale a fianco
dei detenuti". Al di là della banalità della definizione,
come è maturata dentro di lei la decisione di questo impegno civile?
Sergio Segio:
Potrà forse scandalizzare qualcuno, ma l’impegno sul/contro il
carcere è un tratto di continuità nella mia biografia individuale
e politica. Nei primissimi anni Settanta militavo in Lotta continua che, unico
tra i gruppi dell’allora sinistra extraparlamentare, aveva un forte
intervento di sostegno ai detenuti. In seguito, con Prima linea, l’organizzazione
armata che fondammo a metà degli anni Settanta, la critica contro l’istituzione
totale carcere si fece ancor più radicale. Successivamente, ho scontato
complessivamente una pena di 22 anni. Pur se ho maturato da tempo una convinzione
nonviolenta, conoscere dall’interno la prigione ha rafforzato la mia
visione critica di questa istituzione, la cui funzione è sempre più
identificabile quale quella di contenitore di povertà, sostituto autoritario
alle politiche di welfare.
È anche per questo, oltre che per solidarietà umana verso chi
vive l’esperienza della prigionia, che da anni svolgo attività
di volontariato sui temi del carcere e della giustizia. Sono stato per molti
anni responsabile del Gruppo Abele per queste problematiche, faccio parte
del direttivo della Conferenza nazionale volontariato giustizia e di Forum
Droghe.
Ma l’attenzione e impegno su questa difficile problematica attraversa
anche le mie altre attività pubblicistiche e di ricerca. Uno dei capitoli
del Rapporto sui diritti globali, promosso da una rete di associazioni (CGIL,
ARCI, Antigone, Legambiente, Coordinamento nazionale comunità di accoglienza),
che curo e realizzo annualmente attraverso il centro studi della mia associazione,
SocietàINformazione, è dedicato proprio al carcere e alle giustizia.
Mi scuso per aver citato le cose che faccio, ma è per dire che mi pare
vi sia da parte mia linearità e non "folgorazione" al riguardo.
Del resto, anche da dentro le carceri, con i miei compagni, alla metà
degli anni Ottanta avevamo sviluppato una forte dialettica con i parlamentari,
ma anche gli enti locali, per promuovere la riforma, che poi venne varata
nel 1986, e per una maggior apertura e comunicazione tra interno ed esterno.
In ogni modo, credo che il carcere sia e debba essere considerato, non a sé
stante, ma come un capitolo delle politiche sociali. Quindi, l’impegno
sul carcere è per me parte di un più complessivo impegno contro
l’esclusione e per una maggior giustizia sociale.
Domanda:
Uno degli aspetti che più colpisce nel carcere è questo: la
presenza di un alto tasso di recidivi. Molti attribuiscono questa recidività
a una predisposizione naturale di quei soggetti verso il crimine: mi sembra
una spiegazione, oltre che banale, molto comoda. In questo modo, infatti (attribuendo
cioè questo mancato recupero alla semplice predisposizione al crimine)
si nasconde il fallimento del carcere come istituzione che dovrebbe tendere
al recupero del detenuto. Secondo lei cosa manca al carcere (come istituzione)
affinché si possa parlare davvero di una struttura che tende al futuro
reinserimento dei soggetti nella società?
Sergio Segio:
Il fallimento è reale ed evidente. Alcuni, la destra, ne traggono una
considerazione di impossibilità. Ad esempio, AN ha depositato il 28
aprile 2004 una proposta di legge, primo firmatario Cirielli, che tende addirittura
a modificare l’articolo 27 della Costituzione, a favore di una concezione
della pena come deterrenza ed esemplarità. In sostanza, come pura e
semplice ritorsione sociale o, più crudamente ma realisticamente, come
vendetta, come incapacitazione selettiva delle fasce sociali più a
rischio e meno integrate. Esattamente come avviene negli USA, dove ormai con
oltre 2 milioni di persone in carcere e altri 5 milioni sottoposte a controllo
penale esterno (probation, libertà sulla parola, ecc.), si è
raggiunto un impressionante primato. In quel Paese il 12,9% dei giovani neri,
di età compresa tra i 25 e i 29 anni, è in carcere. Tra i bianchi
della stessa fascia d’età, la percentuale è dell’1,6%.
È insomma evidente la funzione di contenitore e di ghetto in cui rinchiudere
chi disturba. Cifre così imponenti, peraltro, falsano anche i dati
sull’occupazione e la stessa platea elettorale, perché si tratta
di milioni di persone che di fatto o per legge non possono votare.
Il carcere, in particolare negli ultimi decenni, è diventato un deposito
di quelli che il criminologo abolizionista Nils Chistie ha efficacemente definito
"nemici perfetti", vale a dire di quei soggetti e gruppi sociali
facilmente stigmatizzabili e da sempre oggetto di processi di esclusione:
tossicodipendenti, immigrati, senza dimora, giovani delle periferie urbane,
ecc.
Dunque, il penitenziario è al contempo un modello sociale incapacitativo
e un business che naturalmente tende a incrementare se stesso. L’Italia
è dichiaratamente e da tempo indirizzata a un’emulazione di tali
logiche. Sia sul versante dell’ipertrofia del sistema che del business.
Il ministro Castelli, inaugurando recentemente un nuovo carcere in Campania,
a San’Angelo dei Lombardi (ci sono voluti 19 anni per costruirlo) ha
annunciato che 23 nuove strutture carcerarie saranno realizzate nei prossimi
10 anni. Costo previsto 1,7 miliardi di euro! (di cui 1,2 di fondi pubblici).
Per il programma ordinario di edilizia penitenziaria, istituito con la legge
1133/1971 sono stati sinora stanziati (sino alla finanziaria del dicembre
2001) ben quasi 3 miliardi di euro. Insomma, cifre enormi, che non risolvono
alcun problema e che di fatto vengono sottratte a politiche sociali, alla
prevenzione e reinserimento, che diversamente potrebbero avere grande efficacia
dal punto di vista anche del contenimento del crimine e dell’abbattimento
della recidiva. Deve essere chiaro che questo significa tolleranza zero, come
dimostra l’esperienza della città di New York che di tali politiche
è stata la culla all’inizio degli anni Novanta, quando in 5 anni
ha quasi raddoppiato il budget della polizia, portandolo all’equivalente
di oltre 5.000 miliardi di lire (quattro volte tanto gli stanziamenti invece
concessi agli ospedali pubblici) e aumentandone gli organici di 12.000 unità;
nello stesso periodo, il budget dei servizi sociali è stato decurtato
di un terzo, con la perdita di 8.000 operatori.
In virtù di questi spostamenti di risorse, dallo Stato sociale si è
passati allo Stato penale, dove il carcere diventa semplicemente un contenitore.
In realtà, la recidiva è la spia di una contraddizione insanabile.
Il carcere non è la medicina bensì la malattia. Nella visione
rieducativa e correzionalistica, il contatto con la società è
visto come "medicina" che recupera e rieduca il "deviante".
Al contempo, tale "medicina" viene prima traumaticamente negata
mediante la separazione forzata e l’internamento e, poi, irragionevolmente
centellinata e diluita sino a rendere inefficace il principio attivo del "farmaco".
Diversamente, l’eziologia del "male" che ha portato al crimine,
se indagata, quasi sempre rivelerebbe nel singolo individuo un deficit pregresso
di socialità e di opportunità: cioè di quanto, di nuovo,
gli viene negato in forza e nelle forme della pena reclusiva, aspettandosi
- o fingendo di attendersi - che ciò possa contribuire alla sua "guarigione",
che si possa cioè reinserire senza aver prima mai inserito ma, all’opposto,
emarginato. La stragrande maggioranza della popolazione detenuta proviene
dai ceti sociali più svantaggiati, economicamente e culturalmente.
Il sistema penale e penitenziario, insomma, conserva una logica e caratteristiche,
ma anche una funzione, di classe. Basti guardare al grado di istruzione: sui
54.237 detenuti in carcere al 31 dicembre 2003, infatti, 457 risultavano laureati,
2.277 con diploma di scuola media superiore, 1.953 con diploma professionale,
20.570 con licenza di scuola media inferiore, 15.102 con quella di scuola
elementare, 3.423 privi di titolo di studio, 767 analfabeti (per 9.688 il
dato non è stato rilevato). Per quanto invece riguarda la situazione
lavorativa precedente alla carcerazione, solo 13.953 risultavano avere una
precedente occupazione, 13.791 erano disoccupati, 1.405 in cerca di occupazione,
350 erano casalinghe, 452 studenti, 328 ritirati dal lavoro, 9 in servizio
di leva, 493 di altra condizione, mentre per 23.456 il dato non era stato
rilevato.
Se non si pone mano ai nodi che queste cifre sottolineano il reinserimento
rimane una parola vuota. Ma questa è questione e deficit che riguarda
non tanto l’istituzione carcere quanto la responsabilità politica,
le istituzioni all’esterno, che devono investire in politiche sociali,
in opportunità sul territorio, in percorsi di inclusione.
Domanda:
Avendo vissuto il carcere in prima persona credo che lei si sia reso conto,
oltre che del disagio dei detenuti (di cui fino ad ora abbiamo parlato abbondantemente
nella nostra inchiesta), anche della vita di operatori, agenti di polizia
penitenziaria, e di tutta l’umanità che gravita attorno al mondo-carcere.
Credo che anche queste persone condividano, seppure in forme e per motivazioni
diverse, il disagio del carcere, e volevo sapere, in base alla sua esperienza,
quale sia la sua impressione sulla vita quotidiana di queste persone. In altre
parole: esistono, a suo avviso, delle lacune nell’istituzione-carcere
che rendono in qualche modo "difficile" la vita anche a chi nel
carcere opera quotidianamente?
Sergio Segio:
È indubbio che il degrado e il disagio connesso a una gestione disastrosa
e disastrata dell’amministrazione penitenziaria si ripercuotono in primo
luogo sui reclusi ma anche e contemporaneamente su chiunque vive e lavora
in carcere. Ad esempio, l’altra faccia del sovraffollamento è
il carico di lavoro ulteriore ed eccessivo che grava su un numero di operatori
che, diversamente, sono già cronicamente sotto organico. Anche qui
valgano alcune cifre: per quanto riguarda le sedi dirigenziali, la presenza
effettiva è di 69 unità su un organico complessivo di 385 posti;
su 204 istituti 49 risultano privi di direttore titolare. Gli educatori sono
tradizionalmente la "cenerentola" del sistema: 558 su un organico
previsto di 1.376. Ancora peggio è la situazione degli psicologi e,
in generale, del personale sanitario. Migliore è l’organico degli
agenti di polizia penitenziaria: 42.781, oltre a 7.046 unità di personale
amministrativo e tecnico (ma dovrebbero essere 10.025). Pur se mal distribuito,
il numero degli agenti è decisamente superiore alla media degli altri
Paesi. Ma nel loro caso il disagio viene dalle condizioni di lavoro, rese
difficoltose dai problemi strutturali, nonché da quelle abitative.
E, ancora di più, c’è un problema di formazione insufficiente,
per non dire inesistente.
Domanda:
Tornando al suo impegno nel carcere: quale è stata l’iniziativa
o l’esperienza che più la rende orgoglioso di quel suo impegno
civile?
Sergio Segio:
Su un problema così difficile e trascurato da tutti, sinistra e movimenti
compresi, le cose che si fanno sono sempre insufficienti e quasi mai portano
a risultati concreti e duraturi. Sul carcere, del resto, vale la legge non
scritta che per fare le riforme, per migliorare la situazione occorrono decenni,
mentre per le controriforme, le chiusure, bastano pochi mesi: un paio di fatti
di cronaca nera e qualche campagna allarmistica sui media.
Anche la campagna per l’indulto-amnistia e per il "piccolo Piano
Marshall per le carceri" che, assieme ad altri, promossi nel 2000, in
occasione del Giubileo, ma che continuò incessantemente per 3 anni,
non ha portato ai risultati auspicati. Il gioco dei veti incrociati, un cinico
ping-pong che quasi tutte le forze politiche misero in campo, mandò
deluse le aspettative. L’indulto alla fine non si fece e anche il piano
Marshall non poté decollare perché, nonostante le promesse che
ottenemmo dall’allora governo Amato e dal centrosinistra di inserimento
di apposite risorse nella Finanziaria 2001, la fine anticipata della legislatura
e, di nuovo, la disattenzione se non indisponibilità di gran parte
del Parlamento, portò il tutto su un binario morto.
Pure, credo che quella lunga campagna e le tante iniziative che portammo avanti,
riuscendo a coagulare un cartello di forze composto da tutte le maggior organizzazioni
sindacali, del volontariato, della cooperazione sociale e delle piccole imprese,
sia comunque servita a togliere dall’isolamento e dall’invisibilità
le problematiche penitenziarie e a gettare le basi, anche all’interno,
di una maggior coscienza e capacità di rivendicare diritti e cambiamento.
A quella nostra proposta, peraltro, e a proposito della domanda precedente,
aderirono anche i maggiori sindacati della polizia penitenziaria, che si dichiarano
a favore dell’indulto-amnistia e del piano Marshall, come precondizione
per l’affrontamento dei problemi strutturali del sistema. Fu un risultato
non da poco, che ha contribuito a cambiare un po’ anche la loro cultura
e le spinte corporative.
Domanda:
Volevo un suo parere in generale su uno dei problemi che, quando si parla
di questo mondo, ricorre più frequentemente: il sovraffollamento. Oltre
ad un utilizzo più intenso delle "misure alternative", quali
potrebbero essere le soluzioni a tale problema? E quale è il suo giudizio
sul recente dibattito in Italia circa le misure "svuota-carceri",
che ha prodotto il cosiddetto "indultino"?
Sergio Segio:
L’indultino, ribattezzato dai detenuti "insultino", è
stata una vera e propria truffa. Sia perché, come avevamo inascoltati
da subito denunciato, non avrebbe portato nessun beneficio: chiunque conosca
la materia sapeva bene che quella legge non avrebbe potuto fare uscire un
solo detenuto in più, semmai qualcuno in meno, di quanti sarebbero
comunque usciti con le misure alternative già in vigore. I dati lo
hanno poi dimostrato. Come ha recentemente dichiarato il vicecapo dell’amministrazione
penitenziaria Di Somma, "Appena 4.000 detenuti sono stati liberati: esattamente
la metà rispetto alle previsioni". Altro che svuotamento delle
carceri. Fatto sta che oggi siamo di nuovo tornati a superare i 56.000 detenuti
a fronte di 42.000 posti. Esattamente come prima dell’indultino. Quello
che Di Somma non dice è che gran parte dei 4000 usciti, sarebbero usciti
comunque in affidamento al servizio sociale, una misura alternativa già
esistente e assai meno vessatoria delle norme introdotte dall’indultino.
L’altro motivo per cui parlo di vera e propria truffa è che si
è spacciato per provvedimento di clemenza quello che, come giustamente
e autorevolmente ha commentato Emilio Santoro, docente universitario di Firenze
e direttore del Centro di documentazione "L’altro diritto",
era in realtà "un provvedimento antirecidiva ispirato a una logica
puramente repressiva". Peraltro e in verità, se l’indultino
sicuramente ha rafforzato la logica repressiva, attraverso il sistema rigidissimo
di controlli e prescrizioni che ha introdotto, diversamente non ha avuto né
poteva avere efficacia antirecidiva, la quale ha bisogno di sostegno al reinserimento
socio-lavorativo non di controllo poliziesco.
Affossata, grazie a quella legge-truffa, ogni ipotesi di indulto-amnistia,
ora il problema del sovraffollamento è diventato ancor più esplosivo.
Le soluzioni possibili stanno sì in una rivitalizzazione delle misure
alternative, ma anche in un progetto serio di depenalizzazione. Rivolto però
non già ai reati economico-ambientali e a beneficio dei più
forti, come temo questo governo e l’attuale commissione per la riforma
del codice penale vogliano perseguire, bensì a quelle leggi ingiuste
che, da sole, producono la gran parte delle carcerazioni: in primo luogo la
legge sulle droghe (che per giunta Fini e il governo vorrebbero peggiorare,
rendendo le pene più pesanti, da 6 a 20 anni, colpendo anche il consumo
personale ed equiparando droghe leggere e pesanti), ma anche le norme sull’immigrazione.
Domanda:
La scarsa conoscenza dell’universo penitenziario porta spesso l’opinione
pubblica a pensare che le carceri siano quasi degli "alberghi di lusso",
come infelicemente sintetizzò il ministro Castelli in visita al Buoncammino
di Cagliari un paio di anni fa. A questo proposito mi viene in mente il prof.
Della Casa, docente in diritto penitenziario, il quale ha amaramente detto:
"… il carcere non dovrebbe essere qualcosa di cui si parla solo
quando succede un evento commovente; si dovrebbe parlare maggiormente delle
problematiche carcerarie, nella società civile. … il carcere
non riguarda solo i detenuti e le loro famiglie, ma tutti noi; solo che troppo
spesso ce ne dimentichiamo, e ce ne ricordiamo solo se un detenuto evade o
si suicida. Il carcere, oggi come oggi, è un luogo utile solo per le
facili commozioni: al posto della commozione sarebbe meglio un impegno civile,
costante e continuo.". Nella visione distorta, distratta e parziale che
l’opinione pubblica ha del carcere, quali sono, a suo avviso, le colpe
della politica, e quali quelle dei media?
Sergio Segio:
Le responsabilità sono indubbie ed enormi. La politica ha l’aggravante
di legiferare su una materia come questa che spesso non conosce e non vuole
conoscere. Ma tra media e politica (di centrodestra così come di centrosinistra)
in questi anni si è costruito un sistema di gioco di specchi, che ha
fatto della strumentalizzazione della paura e dell’enfasi securitaria
un paradigma culturale e una centralità politica che ha reso il carcere
un "valore", una panacea per qualsiasi problema e contraddizione
sociale.
A differenza del professor Della Casa, temo che del carcere non si parli e
non ci si interessi neppure in occasioni di eventi che dovrebbero commuovere.
Basti vedere la cappa di silenzio che nasconde i suicidi e le tante morti
evitabili che succedono nelle celle (13 nel solo mese di giugno 2004). O basti
pensare che, nonostante l’apposita legge varata nel marzo 2001, in carcere
continuano a esserci i bambini e le loro madri. E nessuno o quasi ne vede
e dice lo scandalo.
Le logiche, le politiche e la cultura della tolleranza zero, la criminalizzazione
delle povertà hanno prodotto una devastazione culturale e morale anche
a sinistra e hanno corroso la capacità di "commozione" dell’opinione
pubblica. E si tratta di guasti per riparare i quali occorreranno decenni.
Il ministro Castelli esprime, magari in maniera più rozza, un sentimento
di egoismo sociale e di concezione dei poveri e degli emarginati quali, appunto,
"nemici" da allontanare e rinchiudere, che appartiene a pezzi non
indifferenti di opinione pubblica e delle stesse forze politiche.
Domanda:
Trovandomi ad intervistare ex detenuti mi è spesso sembrato naturale
e scontato chiedere quale fosse stato il primo impatto con l’ingresso
in carcere. Mi sembra ugualmente naturale chiederlo a lei, seppure con sfumature
diverse: nel senso che questa domanda sul primo impatto si impernia generalmente
sulla "sorpresa" (un uomo generalmente non si aspetta di finire
in carcere, o perlomeno spera di non finirci mai), mentre con lei mi sembra
giusto un approccio diverso. Senza voler rivangare un periodo della sua vita
del quale credo non voglia parlare, immagino che un uomo come lei avesse "messo
in preventivo" che il carcere poteva essere un’esperienza probabile,
se non inevitabile. Quale è stato, quindi, il suo primo impatto con
il carcere, nel confrontare la realtà con ciò che fino a quel
momento aveva solo immaginato?
Sergio Segio:
Per me è sempre valsa la convinzione che un rivoluzionario che non
è stato in carcere non è un buon rivoluzionario. E in ogni caso
anche prima delle scelte, che ora giudico sbagliate, di radicalizzazione armata
che mi portarono in carcere, pur se per periodi ben più brevi, l’esperienza
della carcerazione era abbastanza consueta e connessa alle lotte operaie e
studentesche della fine anni sessanta-inizio settanta e, come dicevo, già
presente come area di intervento e militanza dentro Lotta continua. Dunque,
nessuna sorpresa. Certo il carcere speciale della fine anni settanta e degli
anni ottanta era sensibilmente diverso e ben più disumano di quello
precedente. Ci sono molti carceri assai diversi, ancora oggi. Variano da regione
a regione, da regime a regime. In ogni modo, la qualità della vita
in carcere – mi si passi l’ossimoro - non dipende tanto dalle
strutture fisiche quanto dal tipo di gestione e dagli input politici che a
essa vengono dati.
***
YA FUCKING BASTA
di Francesca Frizzi Maniglio
Abbiamo aperto questa nostra inchiesta sul mondo delle carceri italiane con
la storia di Patty. E vogliamo chiuderla allo stesso modo…
Nei futuri aggiornamenti vi racconteremo gli sviluppi di questa vicenda. Ma
la storia di Patty ha una valenza che trascende il livello "personale";
è una storia che ci ha aperto gli occhi (come speriamo abbia fatto
per voi) su una realtà di soprusi, di diritti negati, di disparità
di trattamento fra cittadini… In attesa, dunque, degli sviluppi sulla
vicenda di Ramon e di Patty, eccovi questo commento "a caldo" dal
quale, in fondo, sono nate le idee per questa inchiesta.
***
Non sono un operatore sociale, non lavoro nelle carceri e in carcere non ci
sono mai finita, né ho mai avuto occasione, qui in Italia, di andarci
per trovare un amico. Eppure occasioni se ne sono già presentate. Ma
in Italia non si può. Ho abitato però sei anni negli USA (dal
95 al 2001) e lì ho vissuto più da vicino la condizione dei
carcerati, in quanto questi, a differenza dei detenuti italiani, non sono
isolati dalla società civile come succede da noi, hanno il diritto
di ricevere visite e di fare telefonate. Ho avuto modo di andare a trovare
più di una persona e di avere un costante contatto telefonico ed epistolare.
Patty, così si fa chiamare la giovane mamma di Ramon Enrique, vuole
gridare il suo dolore; e il suo grido mi ha definitivamente svegliata da un
torpore che è durato fin troppo a lungo. Patty, venuta dal Cile nemmeno
un mese fa, per scoprire che suo figlio è morto come un cane abbandonato,
vuole gridare il suo dolore a tutta Italia… Chi osa fermarla? Io la
incoraggio: grida mamasita, grida perché non sei sola, abbiamo bisogno
di ascoltare il tuo grido di dolore, aiutaci tu a capire, a farci capire,
a farli capire.
Chi lavora come operatore, spesso è rassegnato allo status quo…
ogni giorno vede il dolore, i soprusi, le piccole ingiustizie quotidiane e
forse non ci non crede più che le cose possano cambiare, perché
tutti i giorni vive e vede situazioni di questo tipo, ma dobbiamo crederci
per poter vincere, dobbiamo vincerla questa battaglia, la situazione può
e deve cambiare proprio perché ha mietuto e continua a mietere un numero
assurdo di vittime. Gli operatori, gli assistenti sociali ci aiuteranno a
contattare persone, raccogliere testimonianze, racconti, esperienze, il vissuto.
Ma lasciate a noi la grinta di sognare un carcere diverso, riformato, umanizzato,
possibile, necessario, indispensabile.
Puntiamo il dito sulle carceri americane e sulla loro pena di morte (GIUSTAMENTE!),
eppure noi, nel nostro paese, permettiamo che dei ragazzi per reati minori
(spesso spinti a compierli per situazioni di povertà, per mancanza
di alternative) muoiano sepolti vivi. E dire sepolti vivi non è una
forzatura o un’esagerazione, ritengo invece che sia il nocciolo del
problema!
In Italia i detenuti sono in un continuo stato di isolamento dal mondo, se
poi capita che sia uno straniero (e qual è la percentuale di stranieri
nelle carceri italiane?) l’isolamento è ancora più totale.
In USA quando non ricevi una telefonata per più di 10 giorni da un
carcerato sai il perché: è in isolamento, idem vale per le visite…
l’isolamento è messo in pratica come castigo per cattiva condotta
e in questo caso niente visite, si va ‘in the hole’, ‘nel
buco’. Ma in Italia i carcerati sono sempre in isolamento, sono sempre
in punizione: possono telefonare e ricevere visite solo dai familiari (perché
mai?) e solo se in possesso di un regolare permesso di soggiorno! Come a dire:
"se non hai famiglia, o se sei immigrato, impiccati pure! Perché
tanto qui dentro sei sepolto vivo! NON ESISTI PIU’!"
Se Patty fosse arrivata in tempo per Ramon Enrique, non le avrebbero concesso
la visita molto probabilmente!
Perché tutto questo? Perché brutalizziamo così chi ha
sbagliato? Perché questa forma di tortura costante e micidiale? Perché?
La detenzione non implica l’isolamento, eppure da noi in Italia sembrano
essere sinonimi.
Accenno a questo problema perché è quello che ho potuto toccare
con mano e ritengo che sia una delle cause dell’elevato numero di suicidi.
Inoltre se vogliamo cambiare le cose dobbiamo assolutamente fare delle richieste
specifiche, che partano dalle esigenze della vita di tutti i giorni, denunciando
gli abusi ai diritti umani, i diritti fondamentali della persona.
Anche chi ha compiuto un crimine è e rimane un soggetto di diritti,
una persona, un essere umano. Non è più ammissibile che: i detenuti
in quanto a regole siano in balia dei direttori del carcere, che non esista
un regolamento di tutela dei diritti dei detenuti uguale per tutti gli istituti,
che le morti in carcere non facciano notizia, che Amnesty International abbia
dichiarato che in Italia nelle carceri vengono violati i diritti umani. Non
è ammissibile che tutto ciò continui a succedere giornalmente
senza che si levi forte e chiaro un BASTA da parte della società civile.
Occorre informare e sensibilizzare l’opinione pubblica, stimolare i
parlamentari, umanizzare il problema, prescindendo dal colore politico. Qui
stiamo parlando di diritti umani!!!
Cose specifiche, esempi, una lista degli abusi e dei rispettivi diritti che
dovrebbero essere tutelati anziché infranti in continuazione. Il diritto
ad essere curati, il diritto alla salute, il diritto a non essere sepolti
vivi, il diritto per gli immigrati ad essere trattati come gli altri detenuti!…
Quale può essere il nesso tra riabilitazione e isolamento dal mondo?
Quale se non un abbrutimento della persona? Una tortura gratuita e ingiustificata?
I diritti fondamentali DEVONO essere uguali per tutti, il diritto a essere
curati, a telefonare e ricevere visite inclusi, perché queste privazioni
sono letali e i suicidi ne sono la conferma!
Perché per chi ha compiuto reati non violenti anziché il carcere
e l’isolamento (che nulla hanno di riabilitativo ma anzi accrescono
odio, risentimento, emarginazione e comportamenti devianti) non si pone come
alternativa lo svolgimento di lavori socialmente utili da compiere nel territorio
(manutenzione e pulizia dei parchi, pulizia delle strade) come avviene nei
paesi ‘civili’, affiancando ai carcerati, nello svolgimento di
questi lavori, assistenti sociali che lavorino fianco a fianco con questi
ragazzi, permettendo attraverso la frequentazione di modelli positivi di percorrere
un autentico percorso riabilitativo e di integrazione?
Patty nel suo funesto viaggio a Iglesias ha saputo che prima di Ramon altri
due ragazzi nel giro di pochi mesi si erano tolti la vita. Nemmeno un mese
dopo la morte di Ramon, il 30 novembre si è impiccato Gabriele Pasceddu,
un 35enne, in un carcere di Cagliari, anche lui in carcere per reati minori.
E chissà quanti altri nomi sfuggono alle cronache!…
Uniamo le forze, iniziamo il tam tam, la situazione delle carceri italiane
è il peggio che abbiamo in questo paese, grida vendetta al cospetto
di Dio. Si tratta della violazione dei diritti umani fondamentali! Ya basta!
Facciamo sì che la morte di Ramon non sia stata vana.
Uniamoci al grido di dolore di Patty e di tutti quelli che da dentro non possono
gridare, non possono parlarci, non possono comunicare con l’esterno
se non attraverso il gesto estremo. Io alzo il mio grido contro una situazione
intollerabile, disumana che non può e non deve più continuare.
Unite anche voi il vostro grido al mio e a quello di quanti hanno collaborato
e collaboreranno in questa inchiesta!
Facciamolo ahora, adesso. Da adesso. Tutti. Per vincere la battaglia per i
diritti umani nelle carceri italiane.
***
"Ramon e gli altri" è un lavoro realizzato per Ecomancina.com
da (in ordine alfabetico):
Francesco Barilli
Sonia Benedetti
Francesca Frizzi Manigilio
David Santi