Vorrei che questa lettera faccia capire almeno in parte quello che voglia
dire espiare una condanna alla fine del 2002 in un carcere di massima sicurezza
in Italia. L'unica cosa che si può garantire Rebibbia è la prigionia.
Non c'è assolutamente niente che garantisca la salute fisica e mentale
di chi e detenuto. Questo non è vittimismo ma l'assoluta verità
su quello che vuol dire essere detenuti oggi. Qui dentro, ci sono persone
che sono stati arrestati per reati di 12/13 anni fa e che nel frattempo si
erano costruiti una vita vera, rinserendosi pienamente nella società.
Piccoli reati che fanno solo ridere e per i quali la legge stesse prevede
che la condanna venga tramutata in una multa. Ma questo per quanto assurdo,
non è niente. Non c'è assistenza medica, il dottore e posso
giurarlo sulla libertà, non viene da più di un mese. Ci sono
persone che rischiano un arto per infezioni diretta alla cancrena, alle quali
non viene fatta nessuna medicazione. Persone che hanno maturato la liberazione
anticipata e che l'intera aerea educatori dovrebbero stendere una relazione
di buona condotta, non hanno mai visto e sono costrette a rimanere in carcere,
pur avendo scontato la loro condanna.
I detenuti non sono mostri o alieni, sono persone che tutti voi, almeno come
vicini di casa, conoscono. Persone che magari, anche giustamente, vengono
private della libertà, ma che di sicuro ingiustamente, vengono private
degli affetti, della salute e della ragione. Persone che vengono costrette
a lavarsi in docce inguardabbili, larghe 60, 70 cm, dove a volte, vengono
lavati anche i piatti. Nessun magistrato condanna una persona alla perdita
della dignità, alla costrizione di dover dividere la cella, per quanto
si pulisca, con degli scarafaggi. Due giorni fa, ho sentito l'intervista fatta
ad Adriano Sofri, descriveva in breve cosa fosse la notte in carcere, i rumori
sempre uguali e mai gli stessi, lamenti assurdi per motivi indescrivibili,
rumori ai quali, nessuno tranne i detenuti e gli agenti conoscono. Anche chi
dorme, dorme con la grande paura di svegliarsi in piena notte. Qualche tempo
fa ho sentito l'on. Fini dire che il carcere deve far paura. Sì on.
Fini, il carcere fa paura, ma molto di più ribrezzo. E se davvero deve
rispecchiare lo stato e rieducare l'individuo
Qui on. nessuno si sente
italiano e nessuno tantomeno viene rieducato. Veniamo condannati alla perdita
della libertà e non alla più assurda forma di inciviltà
e denigrazione. Venite e vedete cosa vuol dire essere condannati nel 2002
in Italia.
Gli unici momenti belli in questo posto sono il poter incontrare una persona
che viene da fuori per aiutarci, guardarla negli occhi e vedere che c'è
ancora tanta luce e che un giorno di nuovo, anche noi torneremo ad avere dentro
di noi. Con questo spero di aver almeno in minima parte reso l'idea, che qui
dentro, chiediamo solo di non essere costretti a fare una vita da 3° mondo.
A tutti voi che avete ascoltato grazie.
Francesco
Fonte: lettera indirizzata alla trasmissione radiofonica la Conta in onda su Radio Onda Rossa.