Lettera dal carcere di Rebibbia Nuovo Complesso
Roma, 28 novembre 2002

Vorrei che questa lettera faccia capire almeno in parte quello che voglia dire espiare una condanna alla fine del 2002 in un carcere di massima sicurezza in Italia. L'unica cosa che si può garantire Rebibbia è la prigionia. Non c'è assolutamente niente che garantisca la salute fisica e mentale di chi e detenuto. Questo non è vittimismo ma l'assoluta verità su quello che vuol dire essere detenuti oggi. Qui dentro, ci sono persone che sono stati arrestati per reati di 12/13 anni fa e che nel frattempo si erano costruiti una vita vera, rinserendosi pienamente nella società. Piccoli reati che fanno solo ridere e per i quali la legge stesse prevede che la condanna venga tramutata in una multa. Ma questo per quanto assurdo, non è niente. Non c'è assistenza medica, il dottore e posso giurarlo sulla libertà, non viene da più di un mese. Ci sono persone che rischiano un arto per infezioni diretta alla cancrena, alle quali non viene fatta nessuna medicazione. Persone che hanno maturato la liberazione anticipata e che l'intera aerea educatori dovrebbero stendere una relazione di buona condotta, non hanno mai visto e sono costrette a rimanere in carcere, pur avendo scontato la loro condanna.
I detenuti non sono mostri o alieni, sono persone che tutti voi, almeno come vicini di casa, conoscono. Persone che magari, anche giustamente, vengono private della libertà, ma che di sicuro ingiustamente, vengono private degli affetti, della salute e della ragione. Persone che vengono costrette a lavarsi in docce inguardabbili, larghe 60, 70 cm, dove a volte, vengono lavati anche i piatti. Nessun magistrato condanna una persona alla perdita della dignità, alla costrizione di dover dividere la cella, per quanto si pulisca, con degli scarafaggi. Due giorni fa, ho sentito l'intervista fatta ad Adriano Sofri, descriveva in breve cosa fosse la notte in carcere, i rumori sempre uguali e mai gli stessi, lamenti assurdi per motivi indescrivibili, rumori ai quali, nessuno tranne i detenuti e gli agenti conoscono. Anche chi dorme, dorme con la grande paura di svegliarsi in piena notte. Qualche tempo fa ho sentito l'on. Fini dire che il carcere deve far paura. Sì on. Fini, il carcere fa paura, ma molto di più ribrezzo. E se davvero deve rispecchiare lo stato e rieducare l'individuo… Qui on. nessuno si sente italiano e nessuno tantomeno viene rieducato. Veniamo condannati alla perdita della libertà e non alla più assurda forma di inciviltà e denigrazione. Venite e vedete cosa vuol dire essere condannati nel 2002 in Italia.
Gli unici momenti belli in questo posto sono il poter incontrare una persona che viene da fuori per aiutarci, guardarla negli occhi e vedere che c'è ancora tanta luce e che un giorno di nuovo, anche noi torneremo ad avere dentro di noi. Con questo spero di aver almeno in minima parte reso l'idea, che qui dentro, chiediamo solo di non essere costretti a fare una vita da 3° mondo. A tutti voi che avete ascoltato grazie.

Francesco

Fonte: lettera indirizzata alla trasmissione radiofonica la Conta in onda su Radio Onda Rossa.