Controllo sociale e sfera del segreto

FAI - Commissione di controinformazione e studio sul controllo sociale c/o Gruppo E. Malatesta - Roma (*)
"Umanità Nova" nr. 21 del 3 giugno 1984


Premessa

Quattro anni fa, e in questo campo, nel campo del controllo computerizzato, quattro anni sono un'eternità, un direttore di supercarcere poteva permettersi di seguire, per conto dei "Servizi", tutto quanto si diceva nelle varie celle del "suo" carcere mediante una "centralina" d'ascolto ubicata nel suo ufficio.
Oggi, in pieno anno orweliiano, sta per essere varata l'operazione "tele-controllo": un minuscolo apparecchietto installato nel più invadente degli eletrodomestici la dirà lunga sui nostri gusti e sulle nostre reazioni "domestiche" (ma si fermerà a questo?)
I campanelli d'allarme suonano ormai incessantemente. Oggi paiono maggiormente delle vere e proprie "campane" a morte. Esse piangono la morte del segreto.

1) Gli ordigni

Ogni tanto avviene di "captare" alcune notizie circa nuovi ordigni elettronici che lo Stato (o chi per esso) utilizza per sondare nella sfera della riservatezza dei coseddetti " privati".
Si apprende così l'esistenza di microfoni direzionali capaci di escludere su comando tutti i rumori e le fonti del suono che non interessano per "ascoltare" quel che si dice e che accade in un punto lontano prescelto. Si viene a sapere della possibilità che i vari satelliti riescano a "vedere" i numeri delle targhe delle auto che circolano sulle strade della terra o i titoli dei giornali affissi nelle edicole. Si scopre che la computerizzazione permette tra l'altro intercettazioni telefoniche "a tappeto" senza quei limiti umani (determinati dalla necessità di contenere il numero dei "funzionari" preposti all'ascolto) che da sempre avevano costituito la diga invalicabile per l'utilizzo massificato e continuo dello strumento. Ed è chiaro che il cosiddetto "progresso tecnologico" permetta una accumulazione dei dati ed una archiviazione praticamente illimitata per chi, come lo Stato (o comunque i detentori del potere politico-economico) non ha problemi di fondi da destinare a questa funzione.

2) La mostra di Berlino

Un anno fa la stampa ha parlato di una mostra molto particolare organizzata a Berlino in cui una clientela assai ristretta ed esclusiva, costituita dagli 007 dello spionaggio industriale e dai grossi centri investigativi internazionali oltre le Polizie dei Paesi non industrializzati, venivano proposti centinaia di articoli per professionisti "del controllo", quali microfoni miniaturizzati, elaboratori di suoni e di immagini, additivi chimici e così via
E non pare dubbio che i marchingegni presentati nonostante fossero sofisticatissimi e fantascientifici rappresentassero, purtuttavia, qualcosa di superato e di arcaico nei confronti di quanto ci si può immaginare a disposizione, ad esempio, della CIA e del KGB e forse anche della Digos nostrana.

3) Esempio inquietante

Un apparecchietto dall'aria inoffensiva aveva colpito l'attenzione di alcuni giornalisti in modo particolare: si trattava di una sorta di macchina della verità che, senza elettrodi, fili od altro, riusciva, dopo breve tempo, tramite l'ascolto e l'elaborazione del tono della voce di un soggetto ad indicare le probabilità che il soggetto mentisse o affermasse cose ritenute vere dallo stesso ed anche, mutando funzione ad evidenziare il tipo di reazione emotiva che un determinato stimolo verbale produceva nel soggetto (alla persona veniva, ad esempio, detto: ragazza, sangue cioccolato, morte, e la macchina analizzava dal "tono della voce" della persona stessa il grado di tensione/avversione presente nella stessa, anche se quest'ultima rispondeva con parole oggettivamente incoerenti rispetto allo stimolo verbale).

4) Rivoluzionaria non è la difesa della privacy

È chiaro che se lo Stato ha la possibilità di utilizzare metodi simili non se ne asterrà per motivi di ordine etico ed è chiaro anche che tale considerazione, una volta accettata, non deve condurci ad una mera battaglia di denuncia per la violazione della "privacy", ad un atteggiamento di stampo "anglosassone" contro l'invasione statale nella sfera della riservatezza individuale; ma deve portare tutti noi ad una attenta verifica di alcuni postulati, che apparivano incontrollabili, e su cui l'attività politica in parte veniva poggiata.

5) Movimento anarchico Sfera del segreto

Tutti noi sappiamo che il movimento anarchico non è per sua natura un movimento clandestino e, quando fu costretto ad esserlo, per limitati periodi di tempo e per contingenti motivi (periodo fascista, ad esempio) era chiaro per tutti i militanti che si trattava di una scelta imposta e "difensiva" che doveva essere abbandonata al più presto a prezzo della sopravvivenza stessa del movimento.
È evidente infatti che un movimento che non si prefigge "la presa del Palazzo d'Inverno" ma addirittura una rivoluzione sociale non può, senza perdere le proprie peculiarità, tramutarsi in una setta clandestina, ma deve operare all'aperto, in una attività dispiegata e di massa.
Pur tuttavia in parte per retaggi storici in parte perché l'antagonismo ed il dissenso è anche oggi criminalizzato e perseguitato esiste una pratica del segreto abbastanza diffusa senza che poi essa serva a coprire alcunché di oggettivamente "illegalista", o comunque di qualcosa da occultare necessariamente. Quasi che permanga una struttura, un contenitore (un manto di riservatezza) senza che dentro (o dietro) ci sia nulla di effettivamente da contenere, da nascondere.
Basti immaginare l'ipotesi di una pubblicazione da parte di U.N. degli aderenti alla FAI o cose del genere e porre mente al tipo di reazione che una cosa del genere scatenerebbe tra i compagni per comprendere quello che si diceva sopra.

6) Gli argomenti a sostegno del segreto

Coloro che ritengono ancora necessario questo "livello di riservatezza" giustificano questo atteggiamento con due argomenti: da una parte, dicono, non si sa mai, potrebbe essere nuovamente necessario, come durante il fascismo, che, per un "restringimento degli spazi" determinato da una nuova fase repressiva, si debba sopravvivere clandestinamente e non possiamo bruciarci la possibilità di questa "ritirata strategica" per i tempi peggiori; dall'altra, aggiungono, "la pratica della riservatezza, del segreto, è una pratica formativa del militante e come tale va adottata anche se non vi sia nulla da nascondere".

7) Confutazione

Il secondo argomento non pare assai valido, esso si richiama a concezioni vetuste e retoriche di stampo addirittura militaresco e che non hanno niente a che vedere con un militante anarchico cosciente, attivo, aperto, disponibile al dialogo, presente a viso aperto nei momenti di lotta collettivi, senza riserve mentali e torve pulsioni ricacciate e non represse.
Al primo argomento, ed è il nocciolo della questione che stiamo trattando, occorre senza ripensamenti e nostalgie irrazionali, rinunciarvi con una rinuncia completa, incondizionata, definitiva.
Non è più e non lo sarà mai più il tempo in cui sarà proponibile e praticabile un livello di clandestinità. Questa ritirata, "questa uscita di sicurezza" è stata definitivamente murata!

8) Fine di un'epoca

Lo sviluppo tecnologico di cui si diceva all'inizio, la ristrutturazione e razionalizzazione degli strumenti di controllo (inteso per ora solo nel senso passivo di "ascolto, attenzione, conoscenza" sociale non consente e non consentirà più (a meno di una ipotesi "dopo bomba" da "medioevo prossimo venturo") un livello di riservatezza, di segreto (figuriamoci di clandestinità...).

9) Regola dell'agire

Ed ecco pertanto una nuova regola aurea dell'agire politico: "Qualsiasi programma che si basi, in tutto o in parte, per la sua riuscita, sul segreto, sul fatto cioè che esso non sia conosciuto dallo Stato, è un programma destinato a fallire. O peggio, se esso riesce è perché lo Stato (o chi per esso, chi detiene le leve del controllo) lo ha ritenuto compatibile con la propria logica ed i propri interessi".
Su quest'ultimo punto può essere sollevata una contestazione: si potrebbe dire che, alla fine: tutto quello che fai è lo stato che te lascia fare (perché non ritiene di impedirlo). La contestazione non è valida: qui si afferma che la vittoria (se così può dirsi) dello stato non è stata complessiva e definitiva ma limitata al campo del segreto per cui lo stato non ha talvolta il potere di impedire che qualcosa accada se il rapporto di forza creato nell'evenienza sia a suo sfavore, ma se tale rapporto di forza viene occasionalmente determinato dalla conoscenza da parte dello stato di alcune circostanze che garantiscono la riuscita di una lotta, il rapporto in quel caso si è ormai definitivamente risolto a suo vantaggio.

10) Altra regoletta

Ed ecco pertanto la seconda regoletta aurea dell'agire politico: "Bisogna elaborare, costruire e sostenere programmi di lotta e di attività politica antagonista la cui riuscita non dipenda dal fatto che lo stato non li conosca, nella totalità o in alcuni determinati particolari". Per ora non entriamo ad affrontare il problema della individuazione di questi programmi ma ci basti aver indicato la strada da intraprendere per cercarli.

11) Conseguenze

Le conseguenze che derivano dall'adesione alle due regolette auree meritano un approfondimento in questa sede.

12) Segreto e illegalità

Innanzittutto deve chiarirsi che la rinuncia definitiva al livello del segreto non significa di per sé una rinuncia di eventuali e futuri momenti di illegalismo o di insurrezionalismo anche violento: rinunciare al segreto non significa automaticamente e per necessità adottare ideologie e pratiche " non-violente" bensì valutare con attenzione ancora maggiore la praticabilità di queste scelte.
D'ora in poi non solo occorrerà valutare la necessità del ricorso a forme violente di antagonismo (criterio che è stato sempre valido ) che vinca la riluttanza etica usuale, ma si dovrà analizzare una violenza che non solo sia necessaria ed imprescindibile ma che rimanga tale anche se manifesta e " rivendicata" ( o quanto meno riconosciuta da parte dello Stato nelle sue modalità e nei suoi autori).
L'acquisizione di questa realtà comporterà, come si è detto, la rinuncia definitiva anche solo alla possibilità di "livelli occulti", ed in pratica significherà il distacco da tutti coloro che nell'agire politico proseguiranno con ottusità ad ipotizzare forme di intervento che necessitino di segreto.

13) Chi vuole il segreto

Negli ultimi anni si è assistito ad un utilizzo del segreto che è andato a scapito della necessità dell'accesso alla conoscenza dei dati, delle notizie, delle analisi che tutti i compagni hanno: la riservatezza ha finito per escludere i compagni dalla conoscenza di cose attinenti il movimento ed alla attività politica e non ha certo impedito che essa, in modo complessivo e totale, sia stata continuamente acquisita dal potere.

14) Questione del segreto

È assolutamente necessario precisare però che conoscenza da parte del potere non significa immediatamente pubblicizzazione ed utilizzo, diffusione e reazione da parte dello stesso.
La conoscenza di un fatto da parte di questo consentirà una valutazione approfondita e vagliata dell'opportunità o meno dell'utilizzo, della diffusione, dell'esercizio ostativo, dei tempi di reazione che caratterizzano l'atteggiamento del dominio nei confronti della notizia/ segreto (di Pulcinellal. Rinunciare alla forma segreto da parte nostra significa comunque e fin dall'immediato impedire una parte della gestione del fatto che verrebbe esercitata dal potere.

15) Ragioni e spazi

Resta per ora da affrontare il discorso delle contraddizioni, delle pieghe e dei margini.
Si dice che il discorso della rinuncia (anzi della sottrazione) del segreto potrebbe essere tendenzialmente esatto, ma valido in modo assoluto solo in un futuro più o meno lontano, mentre al giorno d'oggi il dominio non ha completato quel processo di autorazionalizzazione che gli consentirà la gestione assoluta dei dati e della conoscenza, nonché l'utilizzo di prospezioni attendibili che ne convoglierà le scelte, sempre più coerenti e finalizzate ai propri interessi. L'obiezione, anche se valida teoricamente, in pratica diventa un ulteriore argomento a favore della "ritirata" (per noi tutta ipotetica e concettuale oggi) dal territorio del segreto.
È infatti evidente che se è vero che esistono ancora oggi dei margini che sfuggono al controllo ("passivo" nel senso delineato prima), delle zone d'ombra ancora non illuminate da "infrarossi", è anche vero che nessuno di noi potrebbe giurarlo, e soprattutto nessuno di noi può dire di conoscere limiti e confini.

16) Un gioco infantile

In parte il potere soddisfa un desiderio infantile dell'uomo: quello "vedere senza essere visto", di osservare la realtà nascosto dal buio o da specchi magici. Nel bambino, però, l'atteggiamento risente anche di una curiosità di ordine, così si può dire, "filosofico"; osservare una realtà estraendosi dalla stessa, quasi da spettatore che "chiama fuori" da ciò che gli accade davanti.
Un modo di mettere in discussione il proprio soggettivismo, insomma. Nel potere tale atteggiamento si ispessisce di altri elementi. In esso non c'è il desiderio di rimanere estraneo all'accadimento osservato ma la volontà di imporre, non visto ma con interventi rarefatti ed invisibili, cambiamenti e processi nello svolgersi dei fatti quanto più compatibili ed idonei al perseguimento dei propri scopi di consolidamento e potenziamento oppressivo.
La notizia ed il fatto che si reputa segreta ma che segreta non è consente al potere di scegliere di comportarsi come se conoscesse o come se non conoscesse la notizia stessa, in una valutazione discrezionale che dipende solo dallo stesso. Considerare una notizia o un fatto tendenzialmente noto, pubblicizzare al massimo l'attività, diffondere il principio della perdita del segreto consente a noi almeno la possibilità di eliminare una delle carte i mano al nostro nemico.

17) L'ignoto è tale?

Nella valutazione dei margini "dell'ignoto al dominio" occorre ammettere di non poter vantare un numero sufficiente di dati "puliti" che ci possano consentire un esame ed una risposta sufficientemente attendibile.
Inutile richiamarsi a fatti anche eclatanti che paiono avvolti nel mistero anche per i c.d. "inquirenti". Prendiamo l'ultima rapina di 35 miliardi: il fatto che sia stata possibile perpetrarla, il fatto che gli autori non siano ufficialmente conosciuti non significa che il potere non abbia conosciuto in anticipo quanto sarebbe accaduto, o che non abbia la possibilità ora di arrestare i colpevoli. Potrebbe significare questo ma potrebbe significare anche altro: e cioè un atteggiamento permissivo, dovuto a motivazioni di politica repressiva (le più diverse), almeno temporaneo.
Il fatto che pare indubitabile è che laddove la necessità appariva evidente ed incontrovertibile (ad es. il caso Dozier) lo stato è venuto misteriosamente a capo della situazione.

18) Mobilità apparente

Ma perché esso lascia che le cose accadano, perché non interviene subito o addirittura in forma preventiva? Ciò non avviene, molto probabilmente, per un difetto di informazione, bensì per una analisi, che può essere corretta o errata (dal suo punto di vista), sull'atteggiamento da tenere nei confronti del fatto in esame, e dall'altro dal rapporto di forza reale e sostanziale che bene o male continua ad impedirne almeno l'onnipotenza.

19) Valenza destabilizzante

Può ritenersi che un fatto venga valutato nella sua efficacia destabilizzante in una scala che ha un minimo ed un massimo ed a ciascun livello, a ciascun grado, di questa scala corrisponde un sistema di accesso e di conoscenza da parte del dominio. Per questo accade che pratiche arcaiche di controllo come pedinamenti, intercettazioni, utilizzo di infiltrati, di "pentiti" ecc. siano ancora largamente usate.

20) Segreto sulla parte del segreto

Tale utilizzo è molto probabilmente dovuto al fatto che lo stato tende a non pubblicizzare quelle forme di controllo più sofisticate e moderne che, se conosciute, potrebbero risultare particolarmente odiose da parte della gente, con conseguente rischio di innescare processi di reattività che esso ovviamente cerca di evitare. Ma molto probabilmente tale scelta è dovuta anche alla particolare natura gerarchica del potere per cui particolari forme di controllo e di accesso alla conoscenza vengono consentite ai gradi più alti della piramide, per cui ogni livello ha una sua chiave di "entrata" che ne caratterizza grado, ruolo e funzione.

21) Potere e controllo

In effetti, come si accennava sopra, il potere si misura anche dal grado di controllo (anche solo passivo) che si esercita, più si riesce a controllare, a conoscere, a spiare e più si è potenti, più si è controllati e meno si è potenti. Perciò si spiega come l'accesso a forme massime quasi fantascientifiche di controllo, sia molto esclusivo e la conoscenza proveniente da queste forme utilizzata il meno possibile e solo quando la particolare gravità lo richieda. L'esistenza di una rete di controllo così perfezionata ed utilizzabile è, per il potere assai spesso un bene molto più prezioso del risultato pratico che da questa rete si ottiene ma che darebbe i suoi frutti solo se reso pubblico nella sua interezza.

22) Che fare?

Stando così le cose noi che intendiamo caratterizzarci per un "insanabile" grado di avversione al potere, che tendenzialmente ci consideriamo refrattari ad ipotesi di cedimento e di resa, che intendiamo continuare a mantenere una identità antagonista, che viviamo in un'ottica di rivoluzione sociale, come dobbiamo regolarci di fronte a questa situazione che vede lo stato definitivamente vincitore sul piano della invadenza nell'isola del "segreto"?

23) Neanche in passato

Per rispondere a questa domanda occorre ricordarsi di una cosa. Non si può dire che i rivoluzionari in generale, e gli anarchici in particolare, nonostante le velleità dì taluni, siano mai stati, neanche in passato, padroni indiscussi in quest'isola.... L'apparenza ingannava allora quasi quanto inganna oggi.
Una visita all'archivio di stato dovrebbe poter fugare molte certezze del genere: si vedrà che lo stato possedeva registrazioni fedeli di incontri a quattro, a cinque compagni, tra di loro fidatissimi. Conosceva progetti e programmi con largo anticipo, e talvolta lasciava che andassero anche in porto, ecc. E ciò gli riusciva utilizzando il vecchio campionario di cui si diceva prima (infiltrati, delatori, microfoni grossi quanto cocomeri ecc.) L'atteggiamento dei compagni che fidavano nel segreto e nella riservatezza era ingiustificato allora quasi quanto lo sarebbe oggi.

24) Pubblicità e spettacolo

Premesso questo si può considerare da parte nostra un grande passo avanti dare per scontata ormai questa presenza elettronica nella nostra vita e, senza smettere mai di combatterla, scegliere metodi di attività che risultino pregiudicati il meno possibile dalla presenza di queste orecchie e questi occhi invisibili.

25) Intervento di massa

Occorre spingere l'acceleratore al massimo, dopo esserci resi conto che la strada del segreto è una strada chiusa, per una conversione "a U" in direzione della diffusione, della spettacolarizzazione dei messaggi (spettacolarizzati senza snaturarli), dell'intervento di massa.
È la strada principale ed è quella che abbiamo scelto da tempo per motivazioni ancora più fondate e sostanziali di quelle che precedono (quindi non si tratta di un cambiamento radicale): l'anarchismo richiede questa pratica per sua natura, come si diceva all'inizio, però occorre, per non perdere tempo, per evitare future scelte irrazionali ed autolesionistiche, per differenziarci da coloro che ci credono ancora, sia pure come eventualità teorica e futura, e che a nostro parere coltivano così un imperdonabile errore, dire un addio definitivo a tutto il rituale iniziatici del mistero e del segreto, che è rimasto, sia pure inutilizzato, dentro le nostre coscienze e la nostra cultura.

26) Amputazione o maturazione

Occorre consolidare un' opera di diffusione circa l'esistenza di questa sta invasione statale nella vita di noi tutti assumendoci il rischio che la nozione di ciò potrebbe comportare la resa definitiva, l'acquiescenza del vinto da parte di alcuni, permettendo però a tutti gli altri di acquisire forme più mature di antagonismo, di coscienza, di incisività che permettano di non considerare già chiusa la partita a nostro sfavore.


Fonte: ripubblicato in versione digitale su Acrataz http://www.ecn.org/acrataz/

* il gruppo Malatesta rimase aderente alla Fai sino al Congresso di Senigallia del 1987 (ndr)
Torna su