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La censura in Tunisia

Marco Lenzi

Squilibrio, 31 ottobre 2002

Fra progresso e repressione, ad essere censurata è soprattutto la Rete

Un paese 'normale'?
Uno dei paesi più avanzati fra quelli mediorientali, ha evitato l'integralismo grazie a una dura repressione.
Dei i vari paesi del mondo arabo la Tunisia appare, grazie alla Costituzione e alle leggi approvate nel 1957, uno dei paesi più avanzati dal punto di vista legislativo dei diritti del cittadino e in particolare delle donne.

Tra le varie politiche attuate, il governo ha cercato in primo luogo di innalzare il livello d'istruzione, con una più diffusa alfabetizzazione, promuovendo la scolarizzazione primaria e secondaria, e di risanare la sanità. Attraverso poi un controllo delle nascite e l'innalzamento degli standard di vita si è verificato un notevole aumento della speranza di vita e una stabilizzazione della crescita demografica.

Tali progressi vanno naturalmente inquadrati in una situazione di confronto con gli altri paesi arabi, l'analfabetismo ad esempio resta un problema molto diffuso che coinvolge quasi un terzo della popolazione, così come la disoccupazione; o i prezzi dei salari minimi, superiori a quelli medi di paesi simili ma incredibilmente bassi se confrontati con gli standard europei.

L'assenza di una forte organizzazione di tipo integralista è la conseguenza di una dura lotta contro il movimento islamico tunisino, considerato illegale e i cui leader sono stati imprigionati o esiliati.

La censura in Tunisia
Colpita in particola modo Internet
La Tunisia resta un paese nel quale viene esercitata una forte repressione nei confronti di chi esprime le proprie idee andando contro il governo, nonostante alcuni graduali miglioramenti e il rilascio di alcuni dei prigionieri politici, molte persone continuano ad essere controllate, perseguitate e in alcuni casi trattenute dalla polizia.

La tortura è stata considerata un crimine da una nuova legge che però lascia alcuni dubbi sulla definizione stessa di tortura, diversa da quella del trattato dell'ONU.

Il governo tunisino ha organizzato una vera e propria campagna contro l'informazione, in particolare quella che, trovandosi bloccate le altre vie di accesso cerca di diffondersi attraverso mezzi diversi e più difficilmente controllabili. Le restrizioni alla libertà di espressione infatti colpiscono anche internet, che, come spesso accade nei paesi in cui la stampa segue la direzione politica dominante ed è limitata, restava l'unico mezzo per la diffusione di idee libere, essendo esso stesso nato tale e senza regole predefinite.

Nel mirino sono finiti i sostenitori dei diritti umani e chi si occupa di rendere nota la reale situazione del paese, di promuovere un'informazione diversa e di portare alla luce fatti scomodi.

Il governo di Ben Ali ha istituito una vera e propria cyber-polizia che ha il compito di mettere in atto una rigida sorveglianza di tutto quello che accade in rete. Limitando in ogni modo la libertà di opinione, dal blocco all'accesso di tutti i siti che non sono approvati dal governo, in particolare quelli che si occupano di diritti civili quali Amnesty, così come di coloro che forniscono caselle di posta gratuite, e chiunque voglia crearsi un proprio account è costretto ad esibire un documento d'identità, al monitoraggio degli internet cafè fino all'invio di virus ai dissidenti.

È stato perfino creato una sorta di falso sito di Amnesty, contenente il nome dell'organizzazione nel proprio indirizzo web, nel quale venivano diffuse notizie di propaganda e materiale deciso dal governo tunisino. Amnesty International ha risposto con la creazione di un sito web intitolato «Retorica contro Realtà».

Le crescenti restrizioni su Internet sono ormai diffuse in molti paesi e una forte denuncia arriva dal rapporto di Reporters sans frontieres, un organizzazione di giornalisti a difesa della libertà di stampa. Emerge che sono venti i paesi che considerano internet un nemico da combattere e quarantacinque quelli che ne controllano e limitano gli accessi.

Tra questi proprio la Tunisia dove, come svela il rapporto, gli unici due provider privati sono di proprietà di persone strettamente legate al potere, una è addirittura la figlia del presidente. Attraverso i provider vengono esaminati gli accessi alla rete di alcuni utenti violando i più elementari diritti di privacy e di libertà di pensiero.

Un caso eclatante resta quello del giornalista Zouhair Yahyaoui, responsabile di un sito che proponeva idee non in linea con il governo e critiche al presidente Ben Ali, che è stato accusato di diffusione di false notizie e di furto di linee di comunicazione. Il processo si è concluso con una condanna a due anni di carcere. L'uomo è stato rinchiuso in una prigione che, dalle descrizioni, sembra sia una sorta di lager.

http://www.amnesty.it/pubblicazioni/rapporto2000/tunisia.htm
rapporto annuale di amnesty

La libertà di internet
La censura su Internet è mondiale
Purtroppo il mito di internet come ultima frontiera della libertà sembra si costretto a rimanere tale, visto che stando all’ultima relazione sull’indipendenza della stampa nel Mondo dell’associazione americana Freedom House, il 63% dei governi del globo terrestre esercita una forma di censura su Internet. E l’80% della popolazione mondiale vive in paesi dove la libertà d’espressione non è rispettata o dove Internet è controllata e censurata.

Internet resterà sempre un mezzo di comunicazione da vietare o quantomeno controllare, rappresentando, per i paesi antidemocratici, una pericolosissima forma di comunicazione e di diffusione delle idee libere dalla censura.

Ma contemporaneamente anche una notevole opportunità economica; in particolare per quei paesi che soffrono di "un'arretratezza" per cui tale sviluppo diventa irrinunciabile.

Link sulla censura in Internet

http://www.the1phoenix.net/x-files/frspeech.htm
contro la censura su internet. Libertà di espressione

http://www.mediamente.rai.it/docs/approfondimenti/001113_02.asp
articolo sul documento di reporter sans frontier

http://www.clarence.com/contents/societa/speciali/020608censura/storia.html
articolo sul documento di reporter sans frontier