Lettera da dietro le mura di un carcere italiano:
come dobbiamo fare per vivere e non morire “sotto tortura”
febbraio 2004

Il motivo per cui ci troviamo in carcere è dovuto all’accusa di appartenere ad un gruppo di “terroristi mussulmani”, che avrebbe operato in Italia, collegato addirittura con Bin Laden e Al Quaeda.
Ma a questo proposito vogliamo far sapere che, secondo noi, il terrorismo islamico in Italia non esiste e ciò è dimostrato dal fatto che, malgrado la scandalosa campagna denigratoria fatta ai danni degli arabi da giornali e televisioni, e i numerosi arresti, non è mai successo nulla.
La cosa che teniamo a sottolineare è quella che, dopo essere stati inizialmente e ingiustamente accusati di terrorismo in seguito, non avendo riscontrato nulla a nostro carico, siamo stati condannati solo per gli articoli 81/416/110/648 che nulla hanno a che vedere con il terrorismo.
Per questo primo motivo già siamo stati giudicati e condannati da tribunali militari tunisini, in contumacia e senza alcuna possibilità di difesa per noi che sino alla conclusione del processo non ne eravamo neppure a conoscenza.
Quindi se il governo italiano o le autorità preposte dovessero decidere per la nostra estradizione, teniamo a sottolineare che, in Tunisia, per noi ci sarebbe una inimmaginabile sequenza di torture con il finale della nostra morte.
La sorte, infatti, degli oppositori politici del governo tunisino è notoriamente rimessa all’arbitrio dell’autorità militare che risponde unicamente ad esigenze ed interessi del potere politico e ciò in piena inosservanza delle regole democratiche vigenti nei paesi europei ed in Italia.
La Tunisia è, sotto gli occhi di tutti, un regime che non ammette oppositori e che, pur di garantirsi il potere, viola i diritti umani, civili e politici propri dei cittadini.
È notizia nota, per essere stata pubblicata, tra gli altri, su Il Manifesto in data 15.12.02, l’aggressione subita da un ex giudice, Sig. Mokhtar Yahyaoui, per aver reclamato l’indipendenza della giurisdizione; lo stesso trattamento veniva riservato al suo avvocato Saida Akremi Bhiri.
Per cui appare superfluo ribadire la fine che naturalmente faremmo noi se venissimo espulsi dall’Italia e portati in Tunisia.
Da tanto tempo, avevamo inviato istanze a molti centri politici,questure di vari paesi, ad Amnesty International, senza avere mai nessuna risposta che ci dia la speranza di poter sopravvivere ed appunto: come dobbiamo fare per vivere e non morire “sotto tortura”?
Chiediamo a questo punto a tutti coloro che si adoperano per i diritti e\o la dignità dell’uomo di valutare ed aiutarci per la nostra difficile posizione e lasciarci ancora una speranza per vivere. Io e i miei coimputati attendiamo con ansia una vostra cortese e generosa risposta. Distinti saluti

Essid Sami Ben Khemais carcere Palmi (Reggio Calabria)
Charaabi Tarek carcere Carinola (Caserta)
Kammoun Mehdi carcere Sulmona (Aquila)
Ben Soltani Adel carcere Palermo (Sicilia)
Bouchoucha Moktar carcere Nuoro (Sardegna)
Jelassi Riadh carcere Spoleto (Perugia)
Aouadi Mohamed carcere Trani (Bari)

Fonte: diffuso in rete il 10 febbraio 2004 da libert@tiscali.it

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I firmatari dell'appello sono stati inizialmente accusati di "terrorismo islamico e rapporti con Al Qaeda"e sbattuti in prima pagina come mostri, ma poi condannati praticamente solo per documenti falsi,esattamente come quasi tutti gli arresti che sono seguiti in questi ultimi due anni al grido
"PRESI I TERRORISTI ISLAMICI" e poi termininati con condanne per reati di piccola criminalità comune, cosa che spesso si accompagna alla vita di chi sta in un luogo in cui è discriminato.
Essid Sami Ben Khemais, Charaabi Tarek, Kammoun Mehdi, Ben Soltani Adel, Bouchoucha Moktar, Jelassi Riadh, Aouadi Mohamed, fanno parte di quella serie di arresti ordinati da Dambruoso a cavallo del g8 a genova e le torri gemelle.
Le varie e spettacolari intercettazioni che in italia non hanno diamostato nulla e che non hanno potuto essere usate come prova perchè infondate sono state però utilizzate in tunisia per condannarli. Allo scadere della pena verranno estradati in tunisia dove li aspettano anni di tortura e la morte certa. Ora loro CHIEDONO A TUTTI DI INTERVENIRE a loro favore per bloccare l'estradizione, e per non mandarli a morire sotto tortura.

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Giuristi picchiati in Tunisia
Daria Lucca
il manifesto 15 dicembre 2002

Un ex giudice prelevato in pieno giorno da agenti in borghese, picchiato a sangue e salvato dall'accorrere della gente. Un'avvocatessa trattata nella stessa maniera prima di essere sottoposta a un terzo grado al ministero dell'interno. E, ieri, di nuovo, l'ex giudice, nonché fondatore dell'Associazione internazionale per il sostegno ai prigionieri politici, caricato su un'auto priva di contrassegni da tre poliziotti senza divisa e trattenuto per diverse ore, senza alcuna accusa. Si sta parlando di Tunisi, e del suo governo. In quel paese, le violazioni ai diritti civili e politici sono all'ordine del giorno. Molto forse potrebbero intelligenti pressioni esercitate da nazioni come l'Italia, in favore di un ripristino dei valori democratici. Anche perché, da soli, i tutori delle garanzie e della giurisdizione sono esposti alle rappresaglie delle forze di polizia.

Protagonista della più recente ondata di ritorsioni sono stati Mokhtar Yahyaoui e l'associazione da lui fondata insieme ad altri giuristi ed avvocati, che sta denunciando i maltrattamenti subiti dagli oltre 1000 attivisti politici incarcerati (il governo tunisino nega, proclamandoche gli unici detenuti esistenti sono quelli per reati comuni). Viceversa, l'Aispp sostiene che almeno 23 detenuti per reati di opinione sono in isolamento da almeno dieci anni, privati dei più elementari diritti.

Sta di fatto che lo scorso 11 dicembre, Yahyaoui (destituito alla fine del 2001 dalle sue funzioni di magistrato dopo una lettera al presidente Ben Alì in cui reclamava l'indipendenza della giurisdizione) è stato bloccato da un energumeno mentre si recava nello studio dell'avvocatessa Saida Akremi Bhiri. Ecco il suo racconto, come è riuscito a inviarlo a Medel, l'associazione europea dei magistrati democratici: «Un baffuto agente in borghese, di 1,85 metri e 100 chili, mi ha sbarrato l'entrata profferendo insulte e minacce... Mentre mi insultava ad alta voce, altri due agenti si sono uniti e, mentre mi aggrappavo alla grata di una vetrina, mi hanno colpito con calci alle caviglie per farmi cadere senza successo. È stato a quel punto che ho ricevuto - per la prima volta in vita mia - un pugno in pieno viso. Il certificato medico attesta contusioni con epistassi...Attualmente sono rientrato a casa con una tumefazione al labbro superiore, dolori agli occhi e tracce di sangue al naso».

Due giorni più tardi, anche Saida Akremi Bhiri è stata picchiata, trasferita al ministero, infine rilasciata. Ieri, infine, Yahyaoui è stato portato via da un'auto senza contrassegni ufficiali, così hanno testimoniato i vicini di casa, e rilasciato soltanto alcune ore più tardi. Nel frattempo, altri due legali, membri di gruppi per la difesa dei ditti dei prigionieri, sono stati fermati e interrogati a proposito dell'Aispp. L'unica organizzazione, oltre alla citata Medel, che abbia protestato per i gravissimi episodi è stata Amnesty International.

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Aggiornamento: giugno 2004

Charaabi Tarek è stato scarcerato ed è libero ma non illudiamoci non è merito nostro. Tarek, uno dei tunisini a rischio estradizione è uscito per fine pena e non è stato estradato perché ha ancora pendente in Italia un processo civile. Per questo l'avvocato è riuscito a bloccare l'estradizione. Potrà quindi stare qua sino a che non avrà risposto alla legge italiana anche di questo reato, sperando che nel frattempo lo stato italiano (o quello americano) non intenda giocargli qualche brutto scherzetto.
Questa bella notizia, purtroppo, non è di alcun conforto rispetto alla situazione degli altri che ancora sono in carcere e per i quali bisogna continuare a lottare per evitare o l'estradizione in Tunisia al loro rilascio dalla galera o la scomparsa come è successo al loro coimputato Ben Soltani Adel che è stato scarcerato per fine pena il 19 febbraio scorso ma che anziché essere liberato è stato trasferito al centro di accoglienza di Agrigento. Da allora le lettere che gli vengono inviate tornano indietro con la scritta “non è più residente qua” e nessuno ha più sue notizie né in Italia né in Tunisia.
Nei fatti… Ben Soltani Adel è un desaparecido italiano!

Per permettevi di conoscerli alleghiamo alcuni stralci della lettera di uno di loro detenuto nel carcere di Sulmona. È stata trascritta con gli errori come ci era arrivata tempo fa, li abbiamo lasciati perché ci sembra che nulla tolgano al contenuto.

… per i mussulmani c’è l’accusa “terrorismo islamico”, questo per le persone, così non ti salvi neanche se innocente. E per i paesi come Iraq e Afganistan ci sono le accuse per “ le armi di distruzione di massa” così si fa la guerra e ci vanno in mezzo i civili e si distruggono paesi e popoli e poi non c’è prova e cominciano a uscire le bugie però nessuno ne parla ma tutti sanno.
Questa è una guerra santa, anzi sporca, è una crociata nuova in un altro vestito…
…per noi è stata la nostra ambasciata a dire all’Italia, da tanto tempo, arrestatemi quei ragazzi e alla fine l’Italia per i suoi interessi in Tunisia, e l’America anche, non ne ha potuto fare a meno.
Siamo vittime di un paese democratico civile che ci ha tradito, siamo tutti regolari.
La storia è lunga. Concludo. Ciao………….

No, continuo, seconda parte della lettera.
Allora ci siamo rifugiati in Italia, meno male che non è un paese dittatore. Abbiamo lavorato sempre. Io ho 5 anni di lavoro regolare con contributi… e alla fine l’Italia ci da un buon compenso e in più vuole regalarci al tribunale militare tunisino. Veramente io sono molto grato di tutto. La colpa è mia e nostra di aver scelto di immigrare qui dove tutti parlano di diritti. Ho sentito per caso un programma alla radio che parla di diritti per il terzo mondo e telefona gente conosciuta. Esempio: “ io sono l’attore tal dei tali. No alla tortura in terzo mondo!” Veramente se esco fuori chiamo io a “zaping” e chiedo: “Di che tipo di tortura parlate? E qui esiste la proposta di questi diritti umani? Esiste e spetta anche a gente innocente in paese europeo? E spetta pure a quelli che hanno scritto a tutte le associazione umanitarie?” Guarda che con noi non è stata praticata nessuna legge, non abbiamo avuto nessun diritto in carcere. Siamo rimasti isolati anche dai nostri parenti e questo da circa due anni e tante altre cose che non si fanno con nessuno. Scusa per la scrittura brutta e sbagliata. Ho parlato tanto in tribunale e ho spiegato tutto con la dichiarazione spontanea. Però i giornalisti poi scrivono altre cose.
Infine saluto di nuovo.
Carcere di Sulmona

Kammoun Mehdi

Facciamogli sentire che non sono soli, scriviamogli (almeno una cartolina) lottiamo x loro e lotteremo contro questo razzismo di stampo neonazista che viene è scatenato dal capitale e dal potere imperialista contro gli arabi mussulmani e non solo) in Italia e nel mondo. Lottando contro una tale e abominevole ingiustizia razzista stiamo lottando anche per la nostra libertà che non tollera la repressione e la criminalizzazione per nessuno.

Assemblea contro la repressione e la deportazione di tutti gli oppressi
Per contatti telefono: 347 94 50 696
e-mail: controrepressioneedeportazioni@hotmail.com