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Tutti in prigione

Il boom carcerario negli Usa

Piero Scaruffi, 1997

Tratto da Il Terzo Secolo, Cronache americane, editore Feltrinelli

Nel 1992 per la prima volta il numero di persone sotto chiave supera il milione (426 per ogni centomila abitanti, quasi dieci volte la media Europea), una città più grande di San Francisco. Nel 1995 ben cinque milioni di Americani sono nelle mani della giustizia: un milione e mezzo detenuti in prigioni statali e federali, tre milioni e mezzo erano in libertà vigilata. Totale: cinque milioni, ovvero il doppio di Roma. Il numero di studenti in tutte le università americane è sei milioni... E il numero di detenuti cresce al ritmo di 1.600 alla settimana.
Negli stati meridionali la percentuale di persone in carcere arriva al 451 per centomila residenti, mentre il Nordovest ha la percentuale più bassa (285). Lo stato che ha avuto la crescita più rapida nella popolazione di "convicts" è il Texas (il 28% nel solo 1994, 545 per centomila in carcere). Buona parte di questi numeri sono dovuti a una più severa applicazione delle leggi contro la droga (il 26% di tutti i detenuti). Un'altra ragione dell'esplosione è la maggior severità con cui vengono trattati i detenuti: nel 1988 mediamente un detenuto serviva soltanto il 43% della sentenza in carcere, mentre nel 1994 serve il 51%.
Nel 1995 la California spende più soldi in prigioni che in università (il fatto non stupisce se si pensa che l'iscrizione all'Università di Stanford costa 25.000 dollari all'anno mentre tenere un uomo in prigione per un anno costa 52.000 dollari).
Si assiste letteralmente a un trasferimento di fondi dalle università statali alle prigioni, in quanto il budget delle prime viene drasticamente ridotto mentre quello delle seconde viene altrettanto drasticamente aumentato. La percentuale del budget statale dedicato alle prigioni era il 2% nel 1980 ed è salita al 10% nel 1995. La popolazione di detenuti era di 23.511 ed è salita a 126.140. Lo stato ha costruito 17 nuove prigioni, ma nessuna nuova università. Sono già a piano 15 nuove prigioni da costruire entro il 2000 (costo: circa cinque miliardi di dollari). Se questo trend continua, nel 2000 lo stato spenderà il 18% in prigioni e soltanto l'1% in università.
Fra i giovani neri di età compresa fra venti e trent'anni la percentuale di carcerati è del 25% (la percentuale di coloro che finiranno in carcere almeno una volta è quasi del 100%).
Fra gli ispanici è del 14.3%. Il 56% dei neri di Baltimore è in carcere o in libertà vigilata. Persino a livello nazionale la percentuale di neri in carcere supera nel 1995 il 50% (50.8%).
Ma il dato più allucinante del rapporto del Ministero della Giustizia del 1995 è forse quello relativo alla ripartizione socio-economica della popolazione di detenuti: man mano che si scende nella scala sociale, la percentuale di persone in galera aumenta esponenzionalmente. Fra i poveri la percentuale non è di 400 su centomila, ma supera l'1%.
Secondo molti assistenti sociali un problema su scala nazionale è che per molti crimini il carcere non rappresenta più un deterrente. Per un ragazzo cresciuto in una "street gang" , per esempio, il carcere è forse l'unico posto sicuro che abbia mai visitato. Non esiste ormai "teenager" che non si sia già drogato e non abbia compiuto qualche atto di teppismo. Questa società, criminalizzando tutti i giovani, trasforma il crimine in un fatto generazionale, e gli conferisce l'epos che lo innalza a mito.
La popolazione di detenuti è destinata ad aumentare ancor più rapidamente per effetto delle nuove leggi. Nel 1995 il governatore Pete Wilson della California ha emanato la legge "three strikes and you're out", che obbliga i giudici a condannare a una pena minima di 25 anni di carcere chi commetta il terzo crimine violento. L'iniziativa è subito stata ripresa da altri stati e infine del presidente degli Stati Uniti in persona, Clinton.
Le carceri sono talmente piene che gli stati devono cominciare a "subaffittare" ai privati la loro gestione. Nascono così le carceri "private", costruite e gestite da società invece che dal governo, ciascuna delle quali si specializza in un settore. La Esmor Correctional Services, per esempio, offre una decina di campi di detenzione per immigrati illegali, da Seattle a New York, dalla casa in cui ospitare un rifugiato in attesa di asilo politico al campo profughi per le ondate di immigrazione da Haiti.
Nel 1976, grazie a una decisione della Corte Suprema, la pena di morte divenne di nuovo legale, ma i comportamenti dei singoli stati sono assai diversi. Nessuno degli stati del Nordest ha eseguito sentenze capitali, e la California ne ha eseguite soltanto due. In compenso il Texas ne ha eseguite quasi cento e il Sud (ribattezzato macabramente "death belt") complessivamente ne ha eseguite più di duecento, ovvero più di due su tre.
In realtà la pena capitale non viene somministrata con tanta leggerezza quanto i media lascerebbero supporre. O perlomeno non viene eseguita. Le "death row" dei carceri, quelle in cui sono rinchiusi i carcerati in attesa di esecuzione, straripano. I condannati hanno diritto a diversi appelli e quasi sempre questi appelli richiedono anni di burocrazia. Sono, in effetti, relativamente pochi quelli che muoiono: i condannati sono stati cinquemila dal 1976. Non solo: condannare un uomo a morte è estremamente caro. Le procedure burocratiche di cui sopra possono costare letteralmente miliardi di dollari; molto di più di quanto costerebbe tenerli in carcere per tutta la vita.
Il dibattito sulla pena di morte non è più quello fra favoreli e contrari, ma semplicemente fra coloro che vogliono semplificare la procedura, in maniera che sia più semplice ammazzare i criminali, e coloro che difendono i diritti dei condannati a tutti gli appelli che il loro caso richieda.

Fonte: IL TERZO SECOLO http://www.scaruffi.com/feltri/us41.html