Più gli USA si avvicinano alla fase finale dell’attacco in Iraq,
più l’orrore di questa guerra si fa incombente, con le numerose vittime
che certamente ne conseguiranno, e più si ricercano i motivi della guerra
dappertutto meno laddove essi vanno ricercati.
Per alcuni questa guerra è semplicemente per il petrolio, per altri la
guerra viene condotta per distrarre l’elettorato americano da una delle
più gravi crisi recessive dell’economia statunitense, per altri ancora
il conflitto imminente è dovuto all’arroganza degli USA, che non
sono disposti ad ascoltare il francesi, i russi, e i cinesi, che auspicano ulteriore
tempo a disposizione agli ispettori dell’ONU. Tuttavia mentre la Francia
favoleggia di pace in Iraq, partecipa con le sue truppe alla pulizia etnica in
Costa d’Avorio, proprio come fecero con il genocidio in Ruanda, circa dieci
anni fa. L’esercito russo è impegnato in un massacro di massa in
Cecenia, mentre i cinesi continuano la loro feroce pulizia etnica in Tibet. In
realtà ciò che loro temono è che la guerra rafforzerà
la potenza statunitense (come del resto avverrà) e indebolirà i
loro progetti di egemonia regionale.
Ciò che quindi muove USA ed Europa, è soltanto la necessità
di puntellare un sistema di sfruttamento capitalista che appartiene ad entrambi,
e che in questo momento storico in particolare, rischia seriamente il collasso.
Tale crisi è dovuta paradossalmente all’abbondanza, e cioè
alla sovrapproduzione di tale sistema. Così mentre la competizione dei
mercati costringe il sistema ad una produttività sempre più alta,
il suo stesso sviluppo espelle un numero sempre più grande di lavoratori
dal processo produttivo globale.
In questo quadro, sono ormai numerosi a livello planetario i contesti e le situazioni
dove proletari e sfruttati rivendicano i loro diritti e i loro bisogni, attraverso
pratiche di lotta che rifuggono la trappola della concertazione e il "confronto"
democratico con una controparte che non ha nessuna intenzione di fare nemmeno
questo.
In particolare ciò avviene nei continenti e nei paesi dove le contraddizioni
emergono in maniera più evidente: l’America Latina può servire
da esempio. Ma senza andare tanto lontano è evidente ormai come, anche
nelle ricche e opulente democrazie occidentali, da parte dei governanti di turno
vengono quotidianamente messi in campo tutti gli strumenti di controllo necessari
alla repressione sociale.
Se prendiamo l’Italia, solo negli ultimi due anni, si è potuto
assistere innegabilmente ad una notevole aumento dell’uso di tali mezzi
di controllo fra i quali:
- telecamere per la videosorveglianza ad ogni angolo delle nostre città;
- uso ed abuso di contratti lavorativi senza alcuna tutela sanitaria o di
altro genere per i lavoratori (dalle varie forme di lavoro interinale, fino ai
contratti di collaborazione coordinata e continuativa);
- licenziamenti punitivi come quelli subiti di recente da alcuni operai
della FIAT di Melfi.
- solerti componenti dell’arma dei carabinieri che stilano liste di
operai sindacalizzati;
- teoremi giudiziari che si moltiplicano come funghi ai danni di compagni
che in situazioni di piazza hanno risposto a loro modo all’unica grande
vera violenza: quella dello stato.
Tutto questo dimostra chiaramente come le lotte contro le ristrutturazioni, le
mobilitazioni per il permesso di soggiorno, le rivolte nelle carceri, le occupazioni
di case trovano davanti un muro prodotto da un processo di crisi che offre sempre
meno spazi di mediazione.
Dunque, la generalizzazione delle azioni e la diffusione delle pratiche di lotta,
sono il miglior mezzo per evitare che si isolino compagni e proletari in lotta.
Solidarietà ai compagni inquisiti
Contro la dissociazione e il pacifismo
Per l’abolizione dell’art. 41 bis
Per la rivendicazione di spazi pubblici a disposizione di tutti
Comitato cittadino contro il carcere e la repressione sociale
- Viterbo
Info: autorganizzati-vt@libero.it
Fonte: documento scritto in occasione di un'assemblea il 19 marzo 2003 alla
facoltà di agraria dell'università di Viterbo