" le carceri sono oggi nello stesso tempo il luogo di organizzazione di vasti strati del proletariato e la risposta del sistema capitalistico alle richieste di potere delle masse subalterne, al tentativo individuale o collettivo di conquistarsi uno spazio vitale "" i detenuti, i sottoproletari, i cosiddetti "delinquenti", prima ancora di essere tali sono proletari: proletari investiti dalla violenza della disoccupazione, dell'ignoranza, dello sfruttamento, della fame, della miseria, della cultura, dell'organizzazione sociale, dell'organizzazione sociale della dittatura borghese "
" noi entriamo nella storia rivoluzionaria in qualità di proletariato perché "popoliamo" le carceri che sono senz'altro l'abitazione di carattere definitivo e irreversibile destinata al proletariato del mondo capitalistico "
" noi non abbiamo scelta, o ribellarsi e lottare o morire lentamente nelle carceri, nei ghetti, nei manicomi dove ci costringe la società borghese e nei modi che la sua violenza ci impone - Contro lo Stato borghese, per il suo abbattimento, per la nostra autoliberazione di classe, per il nostro contributo al processo rivoluzionario del proletariato, per il comunismo: rivolta generale nelle carceri e lotta armata dei nuclei all'esterno "
(estratti dai volantini dei Nuclei Armati Proletari 1974-1975)
In questi scritti dei compagni dei NAP, pur nell'ovvia diversità della
fase e dello scontro di classe che ad essa corrisponde, possiamo comunque
riconoscere un filo rosso nell'analisi della composizione della popolazione
carceraria e nell'uso della galera, anche nell'oggi della compiuta internazionalizzazione
capitalistica, mostra una sua validità e praticabilità dell'obiettivo.
Lo Stato difatti conosce e ha sempre conosciuto benissimo l'importanza estrema
della carcerazione e del suo inasprimento come condizione imprescindibile
per il mantenimento della pace sociale (maggiormente rilevante, qui ed ora,
per ogni contrapposto blocco imperialistico grande, piccolo o in formazione
che sia) non solo e non tanto all'interno delle carceri e verso l'intero settore
sociale extralegale, quanto rispetto al corpo stesso del proletariato attuale
(distinto e diverso dal "classico" proletariato ottocentesco).
La repressione ed il carcere oggi si caratterizzano vieppiù come elementi
strutturali della politica di dominio del capitale; lo Stato - ogni Stato
- esiste in quanto dittatura articolata di una classe, vive come progetto
articolato di dominio, come pratica di repressione e controrivoluzione, come
gendarme posto a garantire la capacità di estorcere plusvalore da parte
della borghesia.
Aggredire il carcere, farne un momento privilegiato di iniziativa soggettiva
e collettiva e di attacco, attuare in prospettiva la liberazione dei prigionieri
(e sia chiaro che non intendiamo come prigionieri soltanto i "politici",
i compagni), organizzare "sabotaggio sociale" contro le logiche
di dominio che sono alla base dei meccanismi di segregazione: su questo terreno
crediamo sia possibile rilanciare proposte aggregative ed unificanti per i
diversi spezzoni rivoluzionari, su questo terreno è possibile modificare
i rapporti di forza tra Stato e antagonismo.
C'è un insieme di aspetti che fanno del carcere uno strumento fondamentale
del dominio sulla complessità dei comportamenti antagonisti ed illegali;
aspetti che vanno oltre quei dati materiali - pur rilevanti - che parlano
di crisi produttiva, di caduta tendenziale del saggio di profitto, di inasprimento
delle condizioni di vita proletarie a livello planetario; è in atto
ormai da anni da parte del capitale un massiccio processo di trasformazione
dell'intero sistema di comando sociale che, operando per continue rotture
e sconvolgimenti di settori proletari, di livelli di cooperazione, di forme
di solidarietà, compie violente irruzioni in ogni piega del sistema
di relazioni sociali governandole attraverso l'atomizzazione del rapporto
con lo stato, scomponendo aggregati sociali, ricomponendoli secondo nuove
gerarchie e nuove forme di aggregazioni "compatibili" .
I processi di informatizzazione e di normazione del dominio sull'universo
di relazioni tra singoli, tra gruppi e tra questi e lo Stato, non è
banale salto tecnologico nelle dinamiche del comando, ma vero e proprio rivoluzionamento
delle categorie stesse del "governare" che passa attraverso la rottura
dei canali della comunicazione sociale, cioè delle relazioni concrete
tra soggetti concreti e tra le loro espressioni di lotta e l'instaurazione
di un sistema di rapporti codificati, astratti in quanto rapporti tra ruoli
sociali, formalizzati, fatti viaggiare sui circuiti comandati nel sistema
informatico e regolati da un diritto che tende ad una totale codificazione
del vivere sociale.
Viviamo in epoche in cui si appresta un colossale salto di qualità
del processo di estraniazione dell'uomo da sé e dalla natura, si delinea
un orizzonte capitalistico in cui la comunità illusoria dei ruoli gerarchizzati
e codificati vuole occupare tutto lo spazio delle relazioni umane, contendendo
palmo a palmo - in una guerra senza quartiere - ai proletari, a noi stessi,
in quanto soggetti vivi che conoscono la realtà perché la trasformano
(o ci provano), che comunicano esperienze di uomini e non messaggi in codice.
Per come si dà materialmente questo conflitto tra capitale ed antagonismo,
il carcere è terreno centrale, perché esso è massima
separazione dei soggetti dai loro ambiti collettivi di vita, perché
è il terreno su cui il Diritto opera non solo come sanzione ma come
normativa sui comportamenti individuali e collettivi che, oltre a prevenire
e reprimere ogni espressione di lotta, tende a fissare per ogni "categoria"
di prigionieri un comportamento adeguato e compatibile con le regole societarie.
C'è evidentemente un nesso preciso tra la fine di ogni velleità
- da parte capitalista - di governare tramite un sistema di consenso attivo
o legittimazione da parte proletaria e la gestione dell'universo carcerario
in termini di differenziazione, individualizzazione, deterrenza contro le
"variabili impazzite" soprattutto a partire dalle leggi emergenziali,
dalla legislazione speciale, estrinsecate sul fronte carcerario con la legge
sulla dissociazione (1987) e, in questa continuità, oggi con gli articoli
4 bis e 41 bis dell'ordinamento penitenziario. Il trattamento differenziato,
l'individualizzazione del rapporto col Diritto, pena, carcere, condizioni
di prigionia, la fine nei fatti di tutte le teorie e pratiche riformiste di
"riabilitazione", la deterrenza usata col massimo di violenza ed
anche questa normata da una legislazione nata "sul campo", sono
l'applicazione - rispetto ai comportamenti illegali - del medesimo processo
di ristratificazione e atomizzazione dei rapporti tra i soggetti che investe
da anni tutta la società: vivono sotto il medesimo segno di "militarizzazione"
dei rapporti tra individui e comando.
La differenza tra un pestaggio degli agenti di custodia e il controllo informatico
che grava sui singoli esiste certamente come forme, tecniche, intensità,
ma altrettanto certamente entrambi rispondono ad una logica di comando violento
che impone accettazione ed assoggettamento, senza spazi di critica sociale
che non siano quelli della critica radicale della lotta di classe dispiegata,
dell'azione diretta, della violenza proletaria, del sabotaggio. Cosi come
oggi continuare ad attaccare gli ulteriori momenti di differenziazione nel
carcere (pensiamo ad esempio ai proletari migranti) è attaccare un
ganglio vitale di questo processo; qui smette di avere alcun senso ogni accezione
meramente solidaristica e, come orizzonte generale, si dà un percorso
concreto di sabotaggio sociale - da parte della molteplicità dei soggetti
antagonisti - dei ruoli sociali imposti, del sistema che la codifica, dei
canali di comunicazione comandata che ne veicolano il rapporto reciproco e
al tempo stesso si dà una linea di contrasto, in tendenza di impedimento,
della frammentazione continua della composizione prigioniera.
Agire quindi sul carcere ha, in ultima analisi, la necessità della
rottura della gerarchizzazione e del dominio capitalista in tutta la società,
contro ogni sua istituzione, contro ogni suo fiancheggiatore sociale (giudice,
sbirro, secondino, assistente sociale, giornalista, politico, psicologo, prete,
impresario, cittadino-gendarme, ecc. ) contro, in sostanza, lo stato che -
fondato sul sistema rappresentativo della democrazia - costituisce l'organo
per la difesa degli interessi capitalistici; ben consci appunto che il proletariato
non può infrangere né modificare il sistema dei rapporti capitalistici
di produzione, da cui deriva la sua condizione e il suo sfruttamento, senza
l'abbattimento violento del sistema borghese.
Comitato cittadino contro il carcere e la repressione sociale - Viterbo
contatti: autorganizzati-vt@libero.itFonte: documento scritto in occasione di un presidio sotto il carcere di Mammagialla a Viterbo (21 giugno 2003)